Recensioni

7.2

Il sole al tramonto insanguina le nuvole al di là degli alberi. Un vento leggero si struscia sensuale sulle cortecce e mentre un pianoforte riempie lo spazio sonoro come se un fiume gorgogliante, i corpi sono ripresi solo in silhouette. Comincia così il video di Starwood Choker, la traccia che apre il terzo disco del collettivo a geometria variabile Bing & Ruth. A indirizzare le energie creative è sempre David Moore, musicista USA cresciuto a pane e minimalismo, pianoforte e avanguardie del Novecento. Gli fanno compagnia il clarinetto di Jeremy Viner, i contrabbassi di Greg Chudzik e di Jeff Ratner, oltre al sapiente apporto ingegneristico di Mike Effenberger che si occupa dei nastri. Lo spirito basilare dell’ensemble è intatto, sospeso tra classical indie, ambient e new age, ma qui con un’accento più marcato che in passato su di un suono fondamentalmente elettroacustico.

Lo stratagemma di cui David Moore si serve per costruire il complesso emotivo delle sue composizioni è l’uso del pianoforte come produttore di droni. Siamo lontani dall’uso molto diffuso di veloci successioni di note a creare cascate armoniche o giochi di overtones (ché, quando va male, si finisce in zona Lubomyr Melnyk), ma texture e droni stratificati su cui le lunghe fraseggiature degli altri strumenti costruiscono moti ondivaghi che sanno tanto di ciclicità post-rock, quanto di un minimalismo di Philip Glass e Michael Nyman aggiornato all’oggi. Le dieci tracce che compongono l’album sono state registrate nel minor numero di take possibili, alla ricerca di una spontaneità e immediatezza che creano un piacevole contrasto con la sapiente architettura sonora. Ne viene fuori un lavoro estremamente organico, sia nel senso di coesione e visione d’insieme, ma anche di vitale, biologico, come di uno sguardo d’autore che cerchi di replicare in musica le armonie della natura.

Al netto dei gusti personali di ognuno, la bravura di David Moore sta nel passare per una strada molto stretta, quella che incrocia l’ambient, l’elettroacustica e il minimalismo con la musica new age per tirarne fuori un’estetica neo-romantica che non scade mai nel grottesco. Il fatto che si tratti del primo suo disco su 4AD è forse un segnale che la cosiddetta classica indie, quella di Nils Frahm, di Goldmund, di Olafur Arnalds e di tanti altri,  sta trovando una nuova collocazione geografica nel panorama musicale. Potrebbe essere un piccolo evento storico.

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