Recensioni

Il rock’n’roll non invecchia mai, a patto che sappia rigenerarsi senza bisogno di troppe sovrastrutture. Neil Young è un esempio perfetto (si ascoltino in successione gli eclettici – e al tempo sottovalutati – Re-ac-tor, Trans e Life). Poi Lou Reed. Pure Iggy Pop ha realizzato dischi di oscura new wave (New Values del ‘79), sperimentazione abrasiva (Zombie Birdhouse dell’82) e tossico cantautorato (Avenue B del ‘99). Tre artisti tra molti altri, per nostra fortuna, ancora attivissimi e disponibili on the road. Poi seguono personaggi come Billy Idol. Si potrebbe dire: di Idol ne è pieno il mondo, ma è nella natura delle cose. Non un iniziatore. Non un’interprete particolarmente ispirato. Neanche il più selvaggio alfiere del movimento punk, né abbastanza ispirato per saltare sulla barca della new wave e farla un po’ sua. Mai un capolavoro o, per lo meno, un album convincente dall’inizio alla fine.
Con i Generation X (dopo un promettente 33 giri omonimo) ha adottato gli stereotipi che hanno accelerato la disfatta del punk, badando più ad acconciature e giubbotti in pelle che non all’elaborazione di uno stile proprio.
Idol solista non stupisce più: conserva il ghigno da bad boy per ragazzine arrabbiate e strizza l’occhio alla disco-music, creando un ibrido smerciabile e accattivante giusto il tempo di una stagione.
Il gioco ha retto alla perfezione con l’arcinota Eyes Without A Face e qualche altra hit buona per compilation e aficionados. Il filo si è spezzato irreparabilmente dopo Charmed Life (Chrysalis, 1990), con l’album Cyberpunk (EMI, 1993), che poco o nulla ha degli oscuri paesaggi fantascientifici di William Gibson, a cui sembra essersi ispirato: il Nostro infatti suona vergognosamente fuori luogo come mai gli era capitato in vent’anni di carriera. Calati i pugni alzati al cielo, anche il ghigno assassino perde il suo fascino, da troppo tempo stampato su di un viso che conosce solo due espressioni: minacciosa e semi-minacciosa. In pochi hanno prestato attenzione a quel rock ‘pestato’ ad oltranza che parla (senza troppa convinzione) di un mondo bio-meccanico e di una società (indovinate un po’?) prossima al tracollo. Il video di Shock To The System altro non è che la bastardizzazione ‘born in the U.S.A.’ di Tetsuo, masterpiece del regista nipponico Shinya Tsukamoto. Poi il silenzio e, qualcuno si augurava, la riflessione.
Dodici anni più tardi esce questo Devil’s Playground e, lo diciamo subito, tornare al roots del più semplice hard rock fa bene alla sua arte. Le tredici tracce scorrono adrenaliniche senza particolari scossoni e Idol le interpreta con i suoi celeberrimi urletti strozzati, con un’inflessione timbrica che deve aver affinato alla scuola del già citato Iggy-iguana. In pezzi come Super Overdrive o Sherri lo si scambia per uno dei tanti ragazzi nati ascoltando il punk di Green Day e affini. Suona giovane e attuale, il vecchio Billy, in grande forma dopo l’incidente motociclistico che, ai bagliori dei ’90, rischiava di porre fine alla sua carriera. Questo ‘idolo’ è fottutamente hard e metallico, flirta sfacciatamente con la classifica alla ricerca di una hit punk e ammiccante, sulla falsariga di Dancing With Myselft. Strofa, bridge, ritornello e un assolo dalle dita inanellate di qualche sessionman coi capelli à la Skid Row (o quel che ne resta). Aggiungere dell’altro sarebbe onorare retoriche assai tediose. Ed il rock non dovrebbe annoiare i suoi adepti.
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