Recensioni

L’anno scorso ha festeggiato i 50 anni, nonché i 25 dalla prima esibizione live, avvenuta nel lontano ’82 a Londra; l’anno prima era uscito un doppio box set con l’intera discografia e parecchie bonus, e un libro tra autobiografia e riflessioni sociali. Tempo di celebrazioni e bilanci per il Nostro quindi, tuttora portabandiera dei progressisti inglesi e, come di consueto, al centro di numerose iniziative, non solo musicali.
L’incontro casuale con il sodale Robert Wyatt (“Non lo vedevo dal 1986, ai tempi del Red Wedge” – iniziativa dei Laburisti per spronare i giovani al voto -, “l’ho incontrato casualmente ed è subito venuto a mettere la sua voce angelica nel chorus di I Keep Faith”) è l’occasione per una rimpatriata, nel ritorno con Mr. Love And Justice, a sei anni dal penultimo England, Half English, Sono lontani i tempi in cui, armato di chitarra, amplificatore e voce, in piena era post-punk, infiammava i palchi con live set appassionati; tempi lontani anche se in realtà Bragg ha sempre continuato, così come Paul Weller, ad esercitare l’abbinamento musica/politica/riflessione sociale. Una continuità stilistica e artistica che lo ha sempre accompagnato.
La dimostrazione anche in quest’ultimo album, un compendio del suo songwriting: robusto folk rock, ballad, tra Dylan e un moderno Woody Guthrie (che Billy aveva omaggiato musicandone i versi nei due volumi della serie Mermaid Avenue nel ’99 e 2000, insieme ai Wilco), una scrittura matura che non conosce particolari flessioni, soprattutto negli ultimi anni, segno di un’ottima tenuta. Performer di razza, cantastorie infaticabile dal peculiare sense of humour (chi l’ha visto dal vivo ne sa qualcosa), Bragg non fa altro che continuare la secolare tradizione dello storytelling folk, rinnovato negli anni al segno dei tempi, ma dalle solide radici.
Un album dal suono pieno, coadiuvato dai soliti The Blokes che lo accompagnano sin dal 1999 (e che vede nelle loro fila tra gli altri il tastierista Ian McLagan – già con Small Faces, Bob Dylan, The Faces – ), pieno anche di inflessioni soul (il singolo I Keep Faith con Wyatt ai cori e l’hammond di McLagan), pop rock welleriani/morrisseyani (Something Happened) e i consueti anthem (O Freedom). Come forse potrebbe suonare oggi un Costello non americanizzato, verrebbe da pensare. O un Micah P. Hinson britannico. Lunga vita quindi a colui il quale il Times ha definito “a national treasure”.
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