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Tra una canzone e l’altra Billy Bragg sorseggia da una tazza bianca, da cui spunta inequivocabilmente una bustina di tè. “Fa bene alla gola“, dice. “Se ne bevi abbastanza ha l’effetto psicologico di convincerti che puoi cantare intonato. Me l’ha consigliato Morrissey“. Il pubblico ride di gusto, perfettamente complice dell’umorismo tagliente del 56enne inglese. Siamo nel mezzo di una serata che vede un Bolognetti piuttosto pieno, nonostante si tratti dell’unico concerto a pagamento della stagione. Segno che Bragg è amato in città, come dimostrano i fan sotto il palco che cantano a squarciagola tutte le sue canzoni più famose.
L’evento è sicuramente un concerto, con la promozione delle canzoni dall’ultimo Tooth and Nails, tra cui una There Will Be A Reckoning resa ancor più rock che su disco. Ma è anche in parte comizio (i sindacati, gli ultimi, gli oppressi e “cerchiamo di rendere migliore questo mondo“), in parte stand upcomedy in cui Bragg non esita a prendere in giro se stesso, la politica (anche quella italiana: “Renzi di centro-sinistra? Beh, diciamo che è meno peggio di Berlusconi“) e il pubblico. A 56 anni suonati, il figlio ribelle del thatcherismo britannico è in forma come pochi suoi coetanei possono vantarsi di essere e il prezzo del biglietto si paga per un one-man-show di quasi due ore.
Rari i momenti di stanca (magari si poteva evitare una Handyman Blues che nulla aggiunge al repertorio), molti quelli eccellenti. Su tutti, la prima parte del bis, solo voce e chitarra elettrica, come trent’anni fa per Life’s a Riot, e New England-The Milkman of Human Kindness-To Have and to Have Not filano via come una rasoiata ancora tagliente come allora.
All’accusa “di alcuni giornalisti britannici” di aver preso una “svolta country” con l’ultimo disco, Bragg risponde con l’ironia di Tooth and Nails che entra nella classifica dell’americana negli USA, a dimostrazione che “negli anni Cinquanta, con lo skiffle, sono stati gli inglesi a inventare l’americana”. E quindi non è certo strano vedere una pedal slide guitar sul palco e tornare a solcare il repertorio di Woody Guthrie (zona Mermaid Avenue e non solo) e cantare There Is Power In The Union (da Talking With The Taxman About Poetry), ispirata da un brano di Joe Hill, attivista per i diritti dei lavoratori nell’America degli anni Dieci del Novecento.
La cifra del personaggio (sguardo attento alla politica, ambizioni letterarie, onestà e coerenza intellettuali) sta tutta nell’ultimo brano. Per lasciare la platea tutta al leader, spesso i singoli membri della band se ne vanno uno a uno mentre vengono annunciati. Billy Bragg sceglie la strada opposta e dopo i brani in solitaria, presenta i suoi sodali al pubblico mentre uno a uno si uniscono a lui sul palco. Dettagli, direte. E forse a ragione. Ma con uno che dopo tanti anni ha ancora la voglia e la tenacia per credere che si possano cambiare le cose anche grazie alla musica, non pensiamo che si tratti di cosa da poco.
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