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7.4

Se avesse avuto il carattere del tipo cool e che piace alla gente che piace, Bill Ryder-Jones sarebbe diventato una star del britpop, anche se un po’ in ritardo rispetto a Blur, Oasis e compagnia bella. In effetti, per un po’ lo è stato con i Coral di Magic & Medicine, fino a quando non ha lasciato i compagni spinto da una certa fragilità emotiva poco adatta alla vita sotto i riflettori e probabilmente tendente alla depressione. Ritornato a casa, si è impegnato in una carriera solistica testimoniata prima da un Iforchestrale e bellissimo, e col senno di poi completamente fuori dalle traiettorie stilistiche che avrebbero definito il Bill Ryder-Jones che conosciamo oggi, e poi da passaggi discografici sempre più legati a una certa tradizione folk-pop britannica con i successivi A Bad Wind Blows In My Heart, West Kirby County Primary e Yawn / Yawny Yawn.

Lechyd Da si inserisce nel solco definito dagli ultimi album del musicista di West Kirby – leggi alla voce: Mojave 3, Nick Drake, Beatles, I’m Kloot, Belle & Sebastian, ecc… – ma ha anche la capacità di esaltarne le aspirazioni pop con una produzione ricchissima in bilico tra archi, pianoforte e moltissimi altri strumenti. Un modus operandi che, stando alle dichiarazioni dello stesso musicista, gli ha fatto ritrovare l’entusiasmo degli esordi: «Nel corso degli anni la mia musica ha perso un po’ di speranza, credo. Era importante per me fare un disco che ne avesse un po’ di più. Anche per i miei standard, gli ultimi anni sono stati duri, ma ho scelto di creare per loro una colonna sonora con musica più positiva. Amo questo album. Non ero così orgoglioso di un disco dai tempi di A Bad Wind Blows in My Heart». Del resto, il titolo del disco è la traduzione di “buona salute” in gallese, per cui tutti i cerchi sembrerebbero chiudersi.

Ecco allora una We Don’t Need Them che, nonostante versi come «Come back to me, my friend / I’m out of my mind again», abbraccia un crescendo di accordi in maggiore e cori beatlesiani fino al midollo; una I Know That It’s Like This (Baby) che sembra riflettere su una storia d’amore finita male a suon di «While I’m too much / I’ll never be enough for you, I know / It’s got too late, too late to change it though» e campionando il ritornello della Baby di Gal Costa e Caetano Veloso; una A Bad Wind Blows in My Heart Pt. 3 che si aggrappa a un «Oh, how I loved you» catartico e ripetuto a oltranza mentre il pianoforte macina malinconici accordi in sol minore; una quasi disperata e circolare This Can’t Go On in cui si ascoltano testi come «I walked all night to The Killing Moon / Got to get it right, got to get it right and soon / I feel a little better but I’m off on one / Got to get myself together because this can’t go on» inchiodati su un’intensità d’archi che ha quasi l’aspetto di un wall of sound di spectoriana memoria. 

Poi c’è la voce di Bill Ryder-Jones, un sussurro che arriva appena all’orecchio e che metabolizza i temi trattati dai testi sondando ogni più piccola sfumatura di malinconia. Quello che canta il Nostro non è materia da mestierante per cuori infranti, ma un modo per esorcizzare una realtà personale piuttosto problematica e tuttora irrisolta. Basta ascoltare ballad acustiche come It’s Today Again per rendersene conto («Baby, please, don’t the stars look good tonight? / There’s something great about life / There’s something great about life / But there’s something not quite right»), ma anche per capire che nella quotidianità del musicista esistono comunque momenti meno dolorosi.

Ci voleva un disco come Iechyd Da perché la stampa di settore si schierasse finalmente dalla parte di Ryder-Jones, e in effetti gli elogi sono tutti meritati. Anche a noi pare uno dei lavori meglio riusciti e più d’impatto del musicista, senza tacere delle ottime doti da produttore che il Nostro mette in mostra, sempre tese a creare una musica poetica e a suo modo “romantica”, costruita su lentezze di grande intensità che non possono lasciare indifferenti.

Vedremo se Iechyd Da rientrerà o meno tra i migliori dischi dell’anno. Per ora godetevelo: non capita spesso di sorprendersi per una musica stilisticamente tanto istituzionalizzata ed emotivamente così potente.

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