Recensioni

Bilal è un personaggio di tutto rispetto del giro black post-J Dilla e quindi afrofuturismo Badu/Sa-Ra & company e hip hop a cavallo tra tradizione, rilettura della tradizione e ‘nowness’ mainstream di lusso area NY, tipo Guru, Dre, Jay-Z. Con in testa un’idea di – cosiddetto – neosoul che non può non fare capo al funky princeano, questo quarto album (ma Love for Sale, 2006, fu cassato dalla Interscope perché leakato sul web prima della pubblicazione) ha alle spalle fonti e aspirazioni come minimo impegnative (Bilal pensa a Coltrane, guarda a Dalì e ruba lick jazzy agli Steely Dan) e mette in campo collaboratori di fiducia come Shafiq Husayn e il pianista Robert Glasper.
All’ascolto il gigantismo dei modelli viene certamente ridimensionato, ma quello che si sente, per quanto pure innegabilmente classic, non è affatto il solito disco classic o di genere. I saliscendi baduani della voce del nostro – camaleontica – vengono serviti da un impianto suonatissimo e credibile, che vuole variare le atmosfere e ampliare la tavolozza scavalcando le radici black della faccenda, ma mantenendo sempre e comunque un piglio turgido che non si può non definire funk: con tentazioni addirittura country-folk (Lost for Now), “progressive” (Climbing) o quasi-free form (Butterfly; il migliore dei pezzi atmosferici, che in generale sono quelli meno efficaci, per quanto pure sempre impeccabili, si veda il fantastico cliché Slipping Away). Il tutto speziato da flavour psichedelici sparsi, a partire dalla copertina che strizza forse l’occhio al Something/Anything dell’unsung hero Todd Rundgren.
Bilal non ha l’approccio quadrato – nel senso proprio della quadratura – alla classicità di un John Legend o di un Aloe Blacc; eppure qui, senza strafare o pasticciare nulla, ci sembra, oltre che godibilissimo, assai più coraggioso.
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