Recensioni

In tempi in cui i supergruppi vanno forte, anche per attirare il più possibile le attenzioni in uno scenario iper saturo in cui è difficile fare notizia, i Big Walnuts Yonder rappresentano il sogno di chi antepone la sostanza sonora all’hype. La squadra schiera Mike Watt (Minutemen, The Stooges), Nels Cline (Wilco, Nels Cline Singers), Greg Saunier (Deerhoof) e Nick Reinhart (Tera Melos). Il primo al basso e alla voce più ruvida (su due pezzi), il secondo alla chitarra, il terzo alla batteria, il quarto alla seconda chitarra e alla voce più morbida (su sette pezzi). Loro non parlano, però, di supergruppo quanto di mondi che entrano in collisione, a partire dall’idea scatenante sopraggiunta nel 2008 per arrivare alla realizzazione di questo primo album omonimo (la copertina è di Raymond Pettibon, da sempre associato ai Black Flag), inciso in tre giorni – praticamente in presa diretta – nell’estate del 2014, in quel di Brooklyn, NY con il produttore Tony Maimone, membro dei Pere Ubu, e mixato soltanto adesso. Dallo scontro vengono fuori dieci brani irregolari nell’andamento e difficili da categorizzare in maniera univoca, tra art-rock, free jazz e avanguardia.
Iniziando perlopiù da demo di solo basso scaturiti da Watt, ciascuno ci ha messo del proprio, sino all’aggiunta finale, anche un po’ a sorpresa, dei cantati. Le parti strumentali sono di conseguenza in risalto, come era prevedibile, ma vanno a costituire vere e proprie canzoni persino abbastanza immediate (il math-funk di All Against Me, che metterebbe d’accordo Mike Patton e Calibro 35, e il power pop dissonante di Sponge Bath, che fa tesoro dei contrasti così ben esperiti da gente come gli stessi Deerhoof, Shellac, The Fiery Furnaces) oppure al contrario su imperiosa scia post-hardcore (I Got Marty Feldman Eyes, omaggio all’attore strabico di Frankenstein Junior, e Raise The Drawbridges?, che poi deragliano o mettono però in evidenza virtuosismi chitarristici/percussivi tutt’altro che approssimativi). Le melodie procedono su ritmi schizzati (Ready To Pop!, Rapid Driver Moon Inhaler, Pud, Heat Melter) e più raramente si fanno ottundentemente dreamy (Forgot To Brush).
Il tutto si svolge su registri veloci e concisi, a eccezione dei quasi nove minuti della sperimentale Flare Star Phantom, unico episodio autoindulgente in un lavoro che ha il pregio di saper concretizzare gli input dei quattro differenti musicisti in forma compiuta. In un disco, dunque, magari non indimenticabile ma di sicuro buono, per il quale molti sconosciuti alle prime armi ucciderebbero. Potremmo quasi parlare di un crossover colto, eppure fruibile.
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