Recensioni
Big Red Machine
How Long Do You Think It’s Gonna Last?
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Fernando Rennis
- 27 Agosto 2021

Che sia un «sogno», come direbbe Carlo Farroni, o un «fatto d’arte», come ha scritto Le Corbusier, l’architettura è assimilabile alla musica e, senza cadere nell’esistenzialismo, all’essere umano. Non a caso Aaron Dessner in una recente intervista parla di «piccoli schemi, dove ho la sensazione che potresti costruirci una sorta di architettura». La chitarra dei National, già compositore e organizzatore di festival, ha dato alla luce anni fa un progetto con l’amico e collega di lunga data Justin Vernon dei Bon Iver. Nel 2018 il debutto dei Big Red Machine ci deliziava grazie a un’elettronica elegante che orbitava attorno al cuore folk dei brani.
Per How Long Do You Think It’s Gonna Last? i due hanno goduto di contributi da parte di artisti di grande calibro come Sharon Van Etten, Robin Pecknold dei Fleet Foxes e Taylor Swift. La presenza di quest’ultima è piuttosto scontata, dato che lo stesso Dessner l’ha traghettata verso il sound rurale di Folklore. Il risultato è un disco più intimista dell’esordio, un mulinello che risucchia la delicatezza di Birch e la malinconia di Latter Days. In questo secondo episodio dei Big Red Machine c’è più pop (Renegade) e meno sperimentazione; i ritornelli di Rease e Phoenix sono lì a testimoniarlo. Anche il flusso tematico è piuttosto circoscritto: il concetto di perdita – cristallizzato in Hutch, dedicata al compianto Scott Hutchison dei Frightened Rabbit – scorre lungo quasi tutte le quindici canzoni dell’album. L’altro spunto è dato dalla nostalgia, evocata non solo nei testi ma anche nei suoni, in momenti come The Ghost Of Cincinnati (esordio canoro in assoluto per Dessner) e Bryce.
Il sempre attento Aaron ha perfettamente tratteggiato i Big Red Machine: «Abbiamo fatto il primo disco quasi per caso, ma questo era più intenzionale e più ambizioso. Volevamo che questa comunità di voci cantasse queste canzoni, che sono come capitoli dello stesso libro, con personaggi diversi». How Long Do You Think It’s Gonna Last? funziona proprio così, sia nei momenti più crepuscolari che in quelli più solari, sia nelle ballate più vicine ai National che nei loop cari ai Bon Iver.
Come ogni libro, questo disco non va giudicato dalla copertina. Ma, soprattutto, è bello perdersi nello scorrere delle sue pagine; piccole pennellate emotive in un quadro dalle tinte autunnali.
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