Recensioni

6.8

Provate ad ascoltare questo disco mentre l’autobus vi porta in giro per le vie della vostra città, con gli occhi lievemente rivolti al cielo o alle facciate rococò dei palazzi del centro storico, e fatevi attrarre dal gusto romantico di chiudere gli occhi. Vi sentirete come vorrebbe farvi sentire Bianco: leggiadri, per nulla frivoli, anche se un po’ coi piedi fluttuanti a un metro da terra.

Il suo è un pop che oggi sembra assai debitore nei confronti di autori come Fabi, Gazzè e Tiromancino, convergendo verso la scuola romana più prossima a noi (Aeroplano, Almeno a Natale, Le dimensioni contano, Drago). Attualmente questo schema – un po’ troppo gettonato, a dire il vero – include tratti lievemente soul, reggae (Le stelle di giorno), bossa (Quello che non hai) e momenti acustici forti anche di una scrittura asciutta e temperata, che ha ancora da spaziare e perfezionarsi (Filo d’erba, Drago).

Bianco, cantautore torinese alla stregua di Levante e Daniele Celona, ospiti come tanti altri in questo disco (Pier Cortese, Roberto Angelini, lo stesso Fabi, Federico Puttilli dei Nadàr Solo), elabora Guardare per aria, suo terzo lavoro in studio per la torinese INRI, con il desiderio di profondere eleganza, lucentezza, grazie anche ad arrangiamenti equilibrati (Corri corri, su tutte). Tutto si coglie con nitidezza di suono, anche per il fatto che musicalmente non c’è un calo di tensione neanche a volerlo. C’è forse una certa tendenza alla cantilena che un po’ fa storcere il naso, ma dopotutto anche questo fa parte di un quadro esteso e per alcuni versi incompiuto. Generalmente può dirsi un lavoro riuscito e maturo.

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