Recensioni

6.7

Dopo sei anni di silenzio torna con un nuovo disco la cantautrice inglese divenuta famosa negli anni Novanta per le sue collaborazioni con Chemical Brothers e William Orbit. Fin dalle note stampa, dopo i riconoscimenti della sua carriera solita, acclamata da stampa e critica, Orton identifica Weather Alive come il disco della rivincita sulla vita: “Penso che quello che è successo con questo disco è che, essendo stata messa alle strette dalla vita, ho avuto modo di rivelarmi a me stessa e di collaborare con me stessa, in realtà”. Un disco, quindi, che si presenta come intimo, personale e confessionale.

Lo conferma il sound delle otto tracce, molto notturno e caldo, con tocchi molto jazzy dati anche dal perfetto drumming di Tom Skinner, perfetto per una scalata verso qualche premio di peso. Sembra di stare, per certi versi, dalle parti di una Marianne Faithfull che decide, in là con gli anni, di guardarsi un po’ più dentro e di mettere in piazza le emozioni, le difficoltà e le piccole e grandi gioie dell’esistere. C’è qualche tratto di psichedelia liquida che emerge qua e là, come di un disco che oscilla tra consapevolezze e inconscio, e c’è ovviamente una matrice folk stralunata che è stata sempre uno degli elementi del songwriting di Orton. Le cose migliori, secondo noi, sono l’influsso funkeggiante di Fractals, le atmosfere pianistiche dell’opener e titletrack che cresce come un’alba di novembre e le influenze trip hop di Forever Young.

Il disco risulta estremamente elegante, con un suono meraviglioso, curato nei minimi dettagli e con delle scelte anche interessanti a sparigliare un po’ la tavolozza. Il problema però è tutto nella scrittura. Nessuna delle otto tracce è scadente, sia chiaro. Ma l’impressione che si ha nell’ascolto è di una forma perfetta che può lasciare l’ascoltatore molto freddo. Se non fosse per l’arrangiamento, in alcuni casi sarebbe quasi difficile distinguere i brani e ci sono rarissimi momenti che rimangono davvero impressi nella memoria. Sarà un disco, come già sta avvenendo, che piacerà molto, che raccoglierà premi. Metteranno Orton nella stessa categoria di Cat Power (dove quest’ultima, però, scrive canzoni perfette da una vita), cioè in quella delle cantautrici de core e dalla grande sensibilità.

Ma a noi pare che sia un disco più di cervello e testa che di sentimento ed emozione. Un po’ come quella perfezione formale che è stato Morning Phase di Beck ma che poi non ti viene tanta voglia di rimettere sul piatto. (Soprattutto perché Beck ha fatto anche molto altro). Magari ci sbagliamo, andremo a sentirla dal vivo e ci innamoreremo di queste canzoni. Ma così, su disco o in cuffia, abbiamo presto voglia di passare ad altro, pur non riuscendo a trovare un difetto nel sound.

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