Recensioni

Dopo la discussa e burrascosa pubblicazione del disco d’esordio, la Beta Band si riorganizza e decide di ripartire da zero. Primo assaggio di quest’intento rigeneratore è l’uscita dell’ottimo To You Alone / Sequinsizer, uscito all’inizio del 2000: un singolo che offre nel lato A (quant’è bello ragionare ancora in vinile!) un brano spacey con incredibili intermezzi psichedelici à la Flaming Lips prima maniera (ancora memore della schizofrenia dei recenti trascorsi discografici ma forte di una capacità di sintesi che è già indizio di maturità), e in quello B uno degli episodi più danzerecci della Beta Band, sorta d’esperimento di techno trax per club di freak alternativi.
Il tempo del massimalismo scazzone è tuttavia giunto al termine e la band, determinata ad aggiustare il tiro e uniformare la scrittura, deve (ahinoi) pagarne il prezzo: quel piglio azzardoso e giocoso caratteristico dei 3 EP ha dovuto lasciare il posto alla coerenza dell’insieme, ovvero a una certa monocromia di fondo. Le soluzioni di arrangiamento sono sempre accattivanti, ricercate ed efficaci, ma l’impressione è quella di aver messo un freno all’estro (o forse più semplicemente alla voglia di osare).
In ogni caso, Hot Shots II in sé è un disco godibile, onesto e sicuro, che vede la Beta Band alle prese con alchimie più studiate e meno selvagge, a partire da Squares, un trip hop mescolato all’indie che, strizzando furbescamente l’occhio a una hit come Glory Box dei Portishead, è già uno dei punti di forza dell’album. Questa ricetta è presente un po’ in tutto il disco (si vedano Quiet, Life e la deliziosa e sognante Alleged), risultando particolarmente vincente nel singolo Broke, efficace pop tune guidato da un’azzeccata frase di piano, a detta di molti accostabile al sound degli Stone Roses.
Echi di Madchester risuonano anche in Human Being, sorta di anthem corale anni ’60 (in stile Primal Scream di Screamadelica) trasfigurato dall’armamentario vintage della band. Non mancano i consueti rimandi floydiani in Gone, ballata acida degna del Waters più psichedelico, mentre Al Sharp spicca per un arrangiamento imperniato su intrecci vocali e samples, con la voce salmodiante di Mason che a tratti ricorda l’Eno della tetralogia pop.
Soluzioni vincenti, già collaudate, fanno capolino in Dragon (tra organi seducenti, tablas, ritmi alla Neu! ed echi di ambient) e nella conclusiva Eclipse, quasi sette minuti di cambi di tono, umore e colore.
Nota la cover in salsa hip hop di One (Harry Nilsson), pubblicata originariamente” sul singolo di Broke col titolo di Won e aggiunta in seguito come bonus, non fa molto testo: pur essendo un esperimento molto interessante risulta infatti fuori contesto sonoro, un colpo basso all’amalgama del disco.
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