Recensioni

Artista raffinato e curioso, Bernard Szajner ha sicuramente raccolto meno di quanto seminato nella sua carriera ormai quarantennale. Nativo di Grenoble ma di chiare origini polacche, Szajner è stato un pioniere della musica elettronica francese, sia come compositore – la stampa d’oltralpe lo ha più volte definito, a ragione, il Brian Eno francese -, sia come artista visuale, creando effetti speciali per i live di Gong, Magma, Pierre Henri e The Who, ma soprattutto ideando e realizzando l’arpa laser, portata su tutti i palchi del mondo dal suo conterraneo Jean Michel Jarrè.
Sfruttando la recente distribuzione di Jodorowsky’s Dune, documentario sulla non-realizzazione della pellicola sul capolavoro della sci-fi di Frank Herbert, Dune, l’etichetta francese Infiné ha deciso, dopo un lungo lavoro di remastering sulle bobine originali ad opera di Rashad Becker, di ripubblicare Visions Of Dune, uno dei più grandi e incompresi lavori di Szajner e dell’elettronica tutta. Pubblicato la prima volta nel 1979 sotto il nome d’arte ZED (coincidenza incredibile, del ’79 è anche il Dune di Klaus Schulze), Visions è una personalissima interpretazione del manoscritto di Herbert filtrata attraverso i suoni di un Oberheim sequencer e un Revox due tracce, sintetizzando e rielaborando gli insegnamenti dei maestri Terry Riley e dei teutonici Kraftwerk in un prodotto ancora oggi vivace e sofisticato.
Registrato con Hahn Rowe, Klaus Basquiz, Colin Swinburne, Clement Bailly e Annanka Raghel, l’esordio di Szajner si smarca in maniera netta dal kraut sintetico del periodo, andando ad analizzare in modo approfondito il rapporto che intercorre tra suono e spazio, coinvolgendo l’ascoltatore in un esperienza sensoriale e ambientale assolutamente convincente. Arricchito da due inediti rimasti fuori dalla prima versione (Spice e Duke), Visions Of Dune è il miglior lavoro ispirato dal pluripremiato (fu in assoluto il primo vincitore del premio Nebula) romanzo di Frank Herbert, lontano anni luce dalla scialbissima colonna sonora dei Toto della trasposizione per il grande schermo di David Lynch e decisamente più elevato e nobile rispetto al tributo naïve di Grimes in Giedi Primes.
Dopo trentacinque anni di oblio, Infinè ha reso giustizia ad un lavoro di assoluto livello, riportandolo sugli scaffali in una veste ancora più brillante di quella del 1979, pronto ora per raccogliere, finalmente, l’attenzione che merita. Consigliato.
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