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7.4

Tra Westside Gunn, Conway the Machine e Benny the Butcher, la cricca Griselda Records spadroneggiava nella mia personale classifica dei dischi dello scorso anno. Difficile trovare qualcosa di altrettanto valido in area di East Coast revival di quanto licenziato con grande produttività dal trio e relativi sodali, sia a livello di scrittura che di suono. Burden of Proof nel 2020 ha rappresentato probabilmente l’apice della produzione solista di Benny, anche se le produzioni di Hit-Boy si sono dimostrate non sempre perfettamente funzionali. Ad appena un anno di distanza, con questo nuovo The Plugs I Met 2, seguito dell’omonimo primo capitolo del 2019, il tiro è stato corretto (per quell’infinitesimale gap di migliorabilità ancora rimasto). Stavolta i beat sono firmati da Harry Fraud: newyorkese doc scoperto da French Montana (sua era la produzione della hit Shot Caller), negli anni ha collaborato con nomi altisonanti come Wiz Khalifa, Rick Ross, Prodigy dei Mobb Deep, Pusha T, Juicy J e Talib Kweli. Maniaco del sampling e del crate-digging (l’arte di andare a scovare campioni semi-sconosciuti e ripescati da chissà-quale vinile lasciato a prendere la polvere in soffitta), nei suoi beat è centrale anche la batteria, una cosa che è leggermente in controtendenza rispetto alle abitudini del giro Griselda.

Sta di fatto che l’accoppiata tra la penna di Benny e le produzioni di Fraud ha dato vita a quello che è ad oggi il papabile disco dell’anno in ambito hh made in USA. L’atmosfera generale è palesata sin dalla cover (una foto di Scarface) e dal titolo della prima traccia – appunto, When Tony Met Sosa – quindi la “solita” vita da gangster di strada, tra sparatorie, spaccio, miseria e strade al riscatto personale lastricate di sofferenza. Se è immediato inquadrare il mood, i cliché sono comunque evitati senza tentennamenti. La penna di Benny ne asseconda il flow granitico, tratteggiando una figura di rapper che non è cade nella trita figura da pseudo-pappone ma affonda la lama in una cicatrizzata introspezione fatta di lucida rassegnazione: «When niggas said they need less trappers and more poets / I kept talkin’ to hustlers that’s more heroic / It’s a difference when you rise out the ghetto, come back and grow it / The game broke my heart in three places, I never show it». La chiave di lettura definitiva è data dalla sparatoria in cui è stato coinvolto Benny lo scorso novembre: un gruppo di malviventi in auto ha tentato di rapinarlo chiedendogli le sue collane. Al suo rifiuto sono partiti i proiettili, e lui è finito in sedia a rotelle. In questo senso il suo percorso da hustler non è mai stemperato nella celebrazione di un facile edonismo d’accatto, ma è piuttosto continuamente messo in dubbio e letto in ottica survivalista. Spacciare, rubare e sparare perché – citando la Thatcher – there is no alternative. È l’altra faccia del capitalismo, baby, e nemmeno quando sei pieno di collanoni e denti d’oro hai davvero sconfitto il Sistema: «I was in the cell, thinkin’ ’bout ways to get rich / All these chains on my neck, I’m still a slave in a sense».

Ma dicevamo della piacevole novità alla produzione: se Hit-Boy è molto bravo ma sa sempre un po’ di plastica, stavolta il capolavoro è servito. I beat di Fraud sono sempre incredibilmente melodici, con samples croccanti e malinconici: vedi il  lancinante sax di When Tony Met Sosa, le spettrali voci soul di Plug Talk o i flauti di Talkin’ Back. Poggiano su una ritmica continuamente a cavallo tra boom-bap super classici (Live By It) e infiltrazioni post-trap (le serpentine di sfondo a Talkin’ Back). Il tutto è sempre comunque perfettamente funzionale a una narrazione molto cinematica – vedi l’aria da score di pezzi come No Instructions o Longevity, tra i vertici assoluti del disco. Disco hip hop (anche se formalmente è un EP lungo) dell’anno? Probabilmente sì. 

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