Recensioni

La prima cosa che mi colpisce di Benjamin Dean Wilson è il suo modo di scandire le parole, così dritto, sicuro, da rendere ogni verso una dichiarazione d’intenti. Non c’è una sillaba lasciata al caso, non ci sono vocali strascicate. La narrazione, che sembra più quella di un cantastorie allucinato che di un musicista folk, arriva alla meta senza passaggi incerti, senza sbavature.
Il suo Play Pretend esprime un linguaggio musicale ricco di suoni e stili, dall’indie rock al pop, dal folk alla bossa nova, con otto storie intrecciate fra loro in un concept album dedicato a esplorare le bizzarrie del mondo. Wilson invita ad usare l’immaginazione attraverso un caleidoscopio di parole, ironizzando sulla realtà senza perdere l’empatia nei confronti dei weirdos che la abitano. In questo disco Wilson fa tante cose, racconta, sorride, immagina, disegna ma non canta, non lo fa mai. E dopo più ascolti, sembra non essere un problema. La sua narrazione sicura e consapevole si fa convincente e sincera; le mancanze di cui soffre Play Pretend sono altre e si rifanno al gusto da filastrocca che riveste tutti i brani, gli arrangiamenti, l’energia. Un insieme che alle volte appare scarico, che suona un po’ incompleto. Ed è un peccato perché fin dove Wilson è arrivato, ha lavorato bene, con minuzia di particolari e cuore aperto. Ma l’atteggiamento del predicatore che si fa storyteller rende Play Pretend più vicino a un audiolibro musicato che a un vero e proprio album.
Cantautore e polistrumentista, Wilson arriva dall’Oklahoma, e dopo aver accantonato la carriera di filmaker (soprattutto cortometraggi e spot pubblicitari), ha dato alle stampe il disco di debutto nel 2016 e un secondo lavoro, The Smartest Person In The Room, accolto positivamente da fan e critica due anni dopo. Il songwriting originale e il timbro vocale a tratti simile a Jonathan Richman e Adam Green, ha permesso a Wilson di diventare in breve tempo un musicista in rapida ascesa nella scena indie folk americana. Questo terzo lavoro sembra un passo indietro. La titletrack, col suo sax immersivo racconta di strambi personaggi che si affannano ad uccidere ogni briciolo di privacy nella loro incerta esistenza, “I don’t know what it is, but I can tell you this. That when it comes from within, that’s like a whole ‘nother deal. It doesn’t even feel real, it’s like we’re playing pretend”. È quasi un recitativo solenne e ombroso che riesce a strappare un sorriso in mezzo agli episodi di violenza e alle ossessioni per la cultura pop descritte da Wilson. Dai lidi loureediani del piano ballerino di Backup Plan al brioso spoken word di Grocery Store, dal sapore quasi tropicale con i suoi flauti fiabeschi. No One Else è una ballad pianistica sostenuta dalla narrazione persuasiva di Wilson che potrebbe crescere e non lo fa; un’implosione sofferta che trova in U Lie! – forse il pezzo migliore – e nella sua sostenuta andatura un dinoccolato finale.
È un buon raccontastorie Benjamin Dean Wilson, l’incontro mai avvenuto fra Jonathan Richman e Meat Loaf prodotti da Jack Nitzsche. E sebbene presenti alcune ingenuità, alcune mancanze, Play Pretend è una miniatura piacevole e colorata della vita. Forse di una sola, un primo atto. Aspettiamo i capitoli futuri.
Amazon
