Recensioni

7.2

A due anni da Cracks il norvegese Bendik Giske imbraccia nuovamente il sax e torna sul suo campo d’azione: una musica circolare e ipnotica che se da una parte attiva naturali collegamenti con il lavoro del più noto Colin Stetson dall’altra cerca una propria via. L’omonimo Bendik Giske, pubblicato sempre da Smalltown Supersound, si inserisce nel solco tracciato dal precedente album, pur discontandosene alla ricerca di un ulteriore sfumatura del rapporto musicista-sassofono.

A farla da padrone sono sempre cellule ripetute a mo’ di mantra – qui il debito con Stetson, pur essendo meno grandioso e più chirurgico rispetto al musicista americano – che avvicinano il norvegese molto più al minimalismo di Philip Glass e Terry Riley che non alle ripetizioni estatiche di una Caterina Barbieri o al puntinismo cerebrale di un Lorenzo Senni; Giske sembra puntare, invece, ad una circolarità ipnotica dotata allo stesso tempo di un’estrema fisicità, quasi a voler testare i limiti delle possibilità espressive del suo corpo e del suo strumento. Sta qui il pregio, ma anche il limite stesso di un album registrato in one take e senza editing, che sembra più una raccolta di studi e improvvisazioni finalizzate a qualcos’altro.

Va tuttavia riconosciuto al sassofonista il merito di essersi impegnato in una ulteriore declinazione della sua estetica. Innanzitutto svetta la presenza di elementi percussivi a fare da contraltare alle piroette del sassofono (forse dovuti all’influenza di Beatrice Dillon, che di esplorazioni ritmiche ne sa qualcosa).

Rispetto al lavoro precedente, abbiamo meno atmosfere dilatate e più irrequietezza, meno discese nelle profondità di stati d’animo o saliscendi di intensità, a favore di uno studio quasi scientifico di microvariazioni sul tema. Ci troviamo davanti un Bendik Giske meno emotivo e più fisico (la foto di copertina di Florian Hetz dice già tutto), in un album che forse non sarà immediatamente seducente come il suo predecessore, ma che riesce nell’intento di aggiornare il proprio linguaggio rimanendo fedele a sé stesso.

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