Recensioni

7.3

Non so se è il caso di definirlo un sophomore. In effetti, l’album d’esordio di Ben Watt risale a oltre tre decadi fa, ovvero a quel North Marine Drive che, nel 1983, metteva in scena quadretti acustici obliqui e intensi di chiara ascendenza Nick Drake e Tim Buckley, tanto che oggi potresti dirlo precursore del NAM se non fosse che all’avvento del new acoustic movement mancavano ancora quasi vent’anni. Prima c’erano state collaborazioni interessanti – su tutte quella con Robert Wyatt – ma subito dopo sarebbe iniziato il sodalizio artistico con la compagna Tracey Thorn, conosciuta alla Hull University, che avrebbe imposto un drastico punto e accapo.

Chiaro che il successo degli Everything But The Girl giustifica abbondantemente l’accantonamento della carriera solista di Watt, ma il qui presente Hendra ha il merito di farci un po’ rimpiangere ciò che non è stato. Ovvero, ti fa sospettare che il folk-rock abbia perduto un interprete intelligente e sensibile, non uno di quelli che cambiano i parametri ma che ti garantiscono un livello minimo di qualità e – di conseguenza – un certo numero di canzoni che meritino d’essere ricordate. Le dieci in scaletta di questo nuovo lavoro sono state scritte sulla cupa scia emotiva provocata dalla morte improvvisa della sorella di Ben, ma lungi dall’essere luttuose svariano attorno a temi di accettazione e rinascita.

Prendi la mestizia speranzosa di Spring, sorta di power pop di stampo McCartney altezza Wings, o ancora una Young Man’s Game che smista ugge sornione Gram Parsons svisando il chorus con fregole jazzy quasi Steely Dan. C’è una sorta di attitudine alla chiarezza, alla riconoscibilità dei segni, alla voglia di arrivarti al cuore senza fare giri contorti, non solo nei momenti più sbrigliati come la cavalcata Jackson Browne di Forget o il southern motoristico di Nathaniel (didascalica come il Chris Rea di The Road To Hell, ma con tutt’altra sostanza), nei quali si compie la voglia di acidità su sei corde del guest star Bernard Butler. C’è immediatezza anche nei passaggi più crepuscolari, come in una Golden Ratio che manovra foschie bossa col tocco felpato di John Martyn, o in quella The Heart Is A Mirror che ammicca soul jazz col garbo denso dei tardi EBTG (e chissà cosa ne uscirebbe con la voce di Tracey).

Giusto in un paio di circostanze la natura letteraria del Nostro (che ha appena pubblicato il secondo romanzo) prevale, rastrellando solennità nel rapimento elettroacustico della title track e in una The Levels che si spella il dolore dal cuore con l’assistenza alla slide di David Gilmour nientemeno. Nel complesso è un disco che media tra lieve e profondo con disinvoltura accurata, una prassi espressiva cui negli anni – seppure in forme e modalità diverse – Ben Watt ci ha abituati. Bontà sua.

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