Recensioni

6.7

Le conseguenze della pandemia e della relativa clausura, se anche finirà a breve, le ritroveremo a lungo nella psicologia di tanti e, ne siamo certi, nelle opere degli artisti, dove abbiamo già avuto la ghost town dei Rolling Stones, il video con la mascherina di Bon Jovi (Do What You Can), il Lockdown Blues di Don Antonio, le 20 meditazioni arrabbiate di Giorgio Canali, le consolazioni di Paul McCartney e altri, da quelli che finiscono nella classifica di VH1 “Best of Homemade” a quelli che in questo momento ci sfuggono, e altri ancora che in futuro spunteranno a seconda dei tempi di elaborazione di ognuno.

Questo disco di Ben Harper, però, già sembra uno dei più emblematici possibili per come racconta, già a partire da come è realizzato, il lockdown di primavera, tra isolamento, impossibilità di muoversi e conseguenti comunicazioni a distanza, che siano virtuali, digitali o del ricordo. La solitudine è rispecchiata dal fatto che si tratta di un disco per sola chitarra, senza Innocent Criminals o Blind Boys Of Alabama o Charles Musselwhite: una modalità compositiva, quella del brano per chitarra sola, con le sue specificità, che, ha rivelato il chitarrista, gli hanno creato difficoltà perché non si era mai cimentato nella composizione di strumentali. Ogni brano, poi, è dedicato a un luogo tra quelli cari al chitarrista, raggiunti col ricordo o col sentimento, sognati nell’impossibilità di visitarli fisicamente (e non sembra un caso che manchi Lisbona, dove pare che abiti): così, con uno stile lontano sia dal fingerpickin’ di John Fahey che dai suoni acidi del più recente Bill Orcutt, Harper ci porta in un viaggio fatto di brani per lo più brevi (quindici in poco più di mezz’ora, solo 4 di essi superano i 3 minuti), partendo dai ricami pigri di Istanbul, camminando a tempo di swing dispari per i luoghi dell’infanzia di Manhattan, suggerendo gli spazi desertici in Joshua Tree con tocchi rarefatti, passando a tempo di valzer dalla leggerezza appena tinta di malinconia per un altro luogo del suo passato – la contea di Inland Empire, che finì per dare il titolo all’ultimo lungometraggio di Lynch quando Laura Dern, allora sposata col chitarrista, la nominò al regista di Strade Perdute; racconta una Harlem senza tensioni, rende più trafficato il suono su London dopo le brevi svisate di Lebanon e così via, fermandosi anche a Verona (con qualche tocco che semmai sembra accennare vagamente a Napoli), si fa classico, quasi da clavicembalo, nella breve Brittany, mentre gli arpeggi di Montreal possono a momenti ricordare, giustamente, quelli che sostenevano le canzoni del primo Leonard Cohen, prima di chiudere con la ripresa di Toronto, un ritorno in zona New York con Islip e arrivare per il finale a Paris con una delle melodie più incisive del disco.

Il fatto di essere così spoglio a livello sonoro, e senza l’appiglio della voce, comporta il rischio che a un ascolto superficiale non si colgano le differenze e il disco sembri un unico flusso da sottofondo quando, se è vero che le composizioni non sono di quelle che restano impresse già al primo ascolto, è comunque un’opera più articolata e strutturata di quanto sembri, nella quale il chitarrista conclude con piena sufficienza la sua prima prova in un ambito nuovo. Detto che, a proposito di ritorni al passato, la presentazione è avvenuta con un concerto a distanza tenutosi nel negozio di musica in cui il Nostro ha lavorato da giovane, concludiamo osservando che copertina e titolo sembravano alludere a una fine dell’epidemia e al momento in cui ci si sarebbe ritrovati e abbracciati di nuovo; purtroppo, però, per ora è andata diversamente.

Amazon
SentireAscoltare

Ti potrebbe interessare

Le più lette