Recensioni

5.9

Immagino che alla Virgin si staranno  crogiolando in un brodo di giuggiole: impegno annacquato, alone autoriale, duttile voce nera, chitarrista capace e versatile (l’elettrica, l’acustica e soprattutto la weissenborn). In più, una ragguardevole prolificità (tre dischi in studio e un live solo negli ultimi quattro anni). Con Ben Harper hanno puntato sul cavallo giusto, non c’è dubbio. Ma com’è questo Both Sides Of The Gun? Diciotto canzoni distribuite in due dischi che ripercorrono tutto il campionario stilistico harperiano, reggae a parte. Un programma abbastanza vario e ispirato, buono per un intrattenimento senza eccessive pretese. Vi sembra una dichiarazione snob? Sia pure. Fatto è che questo ragazzone californiano, l’ex battagliero soul-funk dei primi due album, pare aver barattato la genuinità con la scaltrezza, ben sapendo l’inesauribile quantità d’appeal estraibile dalla miniera del rock e della black music.

Difatti, il primo disco – decisamente più elettrico – vive i suoi momenti migliori prima emulando alla lettera il Prince di Raspberry Berrett (l’iniziale Better ways) quindi allestendo una Engraved invitation che sembra il Robert Palmer di Addicted to Love alle prese con gli Stones, ai quali si torna a pensare in occasione di quella Get it like you like it che sembra la sorellina un po’ tarda di It’s only rock’n’roll. Quanto al resto, bastano due chorus perché di un pezzo affiori la stanchezza (anche nell’impertinenza Impressions della title track), l’elettricità è sovente più catalogo che scossa (il Dylan nevrastenico di Please don’t talk about murder while I’m eatin’), una diffusa leziosaggine produce arrangiamenti eccessivi (orribili gli archi di Black rain) e disarmanti esercizi di stile (il Van Morrison didascalico di The way you found me). Ad essere sinceri, dobbiamo anche rubricare il miglior pezzo di Harper dai tempi di The Woman in you, ovvero quella Serve your soul che porta in giro per più di otto minuti una ballad obliqua e febbrile, organi e archi al punto giusto, la chitarra che schiude asprezza acida memore della lezione Randy California.

Non è un caso isolato, perché il secondo dischetto – all’insegna di un sound più pacato – comincia altrettanto bene col folk-soul a cuore mesto di Morning yearning, in cui balenano barlumi della vecchia, asciutta solennità. Non si registrano però ulteriori scosse: pochezze melodiche puntellate d’archi, insulsaggini schematiche condite d’organi e cori gospel, sprazzi rock di chiaro stampo AOR, quadretti interlocutori quali pretesti di striscianti citazioni (un piano McCartney in Never leave lonely alone, il Ry Cooder desertico in Sweet nothing serenade). Ad un tratto il buon Ben sembra quasi implorare la grazia indolenzita di Waiting on an angel, ma More than sorry sembra solo interpretarne una rielaborazione piuttosto logora, tanto che è meglio ripiegare sul dignitoso carillon di Happy everafter in your eyes, nella quale – facendo un po’ il verso a certi Eels – se non altro ripropone quel canto intimo e lanoso di cui lo ricordavamo capace. C’è da augurarsi che questo disco faccia sfracelli nelle superclassifiche, giusto perché in giro c’è molto di peggio. Però, perdonatemi, a me sembra il segno irreversibile di una bella occasione perduta.

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