Recensioni

Viviamo in tempi talmente strani che puoi ascoltare un disco (on un EP, come in questo caso), decidere abbastanza velocemente che non ti piace, e ciononostante continuare a pensare che abbia del potenziale. Per esempio, che esista la concreta possibilità che una delle canzoni che contiene – domani, fra qualche mese o fra qualche anno, non importa – diventi virale su TikTok. Che detto così è abbastanza deprimente, per certi versi rivoltante, ma a ben guardare ha molto a che fare con la logica con cui ragiona oggi buona parte dell’industria musicale. Ci piaccia o no ammetterlo.
Nel 2024, L’università di Oxford ha eletto “brain rot” (letteralmente: marciume cerebrale) parola dell’anno. Il significato è presto spiegato: si tratta del presunto “deterioramento dello stato mentale di una persona, soprattutto come conseguenza di un consumo eccessivo di materiale (in particolare di contenuti online) considerato banale o poco impegnativo“. Alzi la mano chi non ha sperimentato almeno una volta questo spappolamento neuronale dopo una sessione intensiva di scrolling senza senso. Viene da pensare che esista anche un’altra forma di deterioramento, quello del gusto musicale collettivo, come diretta conseguenza della fruizione veloce, massiva e non ragionata di “contenuti musicali” il cui solo scopo è sfruttare certe frequenze (c’è una precisa algebra, composta di formule e sequenze), fatte apposta per restarti appiccicate addosso, talvolta persino contro la tua stessa volontà.
Non si sta divagando, sia chiaro; si sta semmai cercando di trovare una spiegazione a certi fenomeni discografici che non avrebbero altrimenti alcuna ragion d’essere – o quasi.
Ora, è veramente troppo presto per scomodare questi discorsi per la nuova promessa di Lower Third, che di fatto non ha ancora i numeri per essere eletta “fenomeno virale” né ci risulta abbia ancora prodotto una hit che possa assurgere a tormentone social, ma visto che siamo in quella che chiameremo l’era della Brain Rot Music (categoria inesauribile, astrattamente capace di racchiudere in sé il meglio del peggio della musica contemporanea, inclusi molti successi sanremesi), meglio portarsi avanti, almeno concettualmente. Perché la logica è quella lì.
Di Bellzzz non sappiamo molto, neppure il suo vero nome – ammesso che ci interessi conoscerlo. Dal primo singolo, Far Away, apprendiamo seduta stante che, nonostante le beneauguranti fattezze gotiche, la ragazza è (quantomeno da un punto di vista aspirazionale) ben più vicina a Taylor Swift o Lana del Rey che a Chelsea Wolfe: basta non farsi ingannare dalla cupa intro folk e arrivare al ritornello. Plastic Unicorns è un ulteriore smascheramento (che peraltro ci fa rimpiangere aspramente le suggestioni delreyane di cui sopra): altro che darkettona, Bellzzz ha in testa un’idea molto precisa (e del tutto innocua) di pop. Un po’ electro, un po’ urban, qualche falsetto, abbondanza di sussurri riverberati, un po’ di spoken words, glitch quanto basta e il giochino è fatto.
Quella Dear Elizabeth che dà titolo al suo debutto è un personaggio di fantasia: un alter ego? Un’amica immaginaria? Una metafora? Si tratta – ci spiega – di una ragazzina entrata anni fa nella sua immaginazione, a guidarla come una specie di Bianconiglio all’interno di un racconto d’avventura che si ispira alle atmosfere di Tim Burton. Elizabeth scappa, non si sa bene da cosa. Elizabeth si perde. Elizabeth cerca la sua identità. Non possiamo certo dire che sia una narrazione avvincente, ma è per lo più ben confezionata, ad uso e consumo dei tempi strani in cui viviamo. Perfetta per un make-up tutorial, un GRWM o un balletto in live da scrollare dopo cinque-secondi-cinque.
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