Recensioni

Il comeback dei Bellini parte con la martirizzazione del blues in chiave noise alla maniera dei primi Unsane, supportato però da pulizia produttiva e riconosciuta perizia strumentale.
Quel mid-tempo che tanti solchi ha riempito quando aveva ancora un senso riempirne; quelle chitarre così intrinsecamente albiniane che non invecchiano nonostante i capelli si facciano bianchi e l’anagrafe chieda il conto; quel cantato insieme melodico eppure indolente, disamorato eppure caustico. Tutto il solito armamentario che sarebbe lecito attendersi in un disco dei Bellini si ritrova nel terzo disco a loro nome, senza però mai però assumere le grottesche forme di un tributo ad un passato che non tornerà più o l’abbandono ad una nostalgia fine a se stessa se non addirittura controproducente.
Il viscerale suonare che si sprigiona dai10 pezzi di The Precious Prize Of Gravity è semplicemente ciò che la spina dorsale di Bellini – Agostino Tilotta e Giovanna Cacciola, ma anche i degni compari Alexis Fleisig (GvsB) e Matthew Taylor (ex Soulside) – sente come proprio da almeno un paio di decenni se non più. Una dichiarazione d’appartenenza, l’ennesima, se ce ne fosse ancora bisogno, ad un suono e un sentire che sta via via scomparendo, seppur paradossalmente continui ad esistere per sempre.
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