Recensioni

6.5

L’hanno rifatto, ci sono cascati di nuovo. Esattamente come vent’anni fa (era il 1997), gli scozzesi Belle and Sebastian tornano alla forma inusuale della pubblicazione in tre atti: all’epoca uscirono con i meravigliosi Dog On Wheels, Lazy Line Painter Jane e 3…6…9 Seconds Of Light, oggi invece, supportati dalla fedele Matador Records, con altri tre ep di cui uno pubblicato lo scorso 8 dicembre e inaugurato dal singolo We Were Beautiful.

Il “disco breve”, composto da sei tracce, si intitola How To Solve Our Human Problems Part 1 e anticipa di qualche mese l’arrivo dei successivi due (previsti per il 19 gennaio e il 16 febbraio 2018), in attesa di rivedere Stuart Murdoch e il resto della band live in Italia il 13 febbraio al Fabrique di Milano e il 14 febbraio all’Estragon di Bologna. E si tratta, diciamolo subito, di una prova moderatamente positiva: in apertura c’è una Sweet Dew Lee che combina perfettamente i colori della voce di Murdoch (che qui canta vagamente alla Bowie e un po’ alla Kim Carnes) a una melodia zuccherosa, e visto il periodo dell’anno, diremmo addirittura natalizia, fatta di quella pasta semplice e raffinata che gli anni Settanta hanno trasmesso alle generazioni successive e che band come i Belle and Sebastien, o gli She & Him, hanno saputo raccogliere con grande intelligenza. È la traccia più lunga del lotto (6:29) e introduce senza troppi stravolgimenti la compattezza e la fluidità di un lavoro di scafato artigianato indie pop che riprende – vedi anche il sopracitato singolo – certi discorsi elettro-esotici affrontati nel precedente Girls In Peacetime Want To Dance. Ma è il sopracitato singolo, We Were Beautiful, con la sua spedita linea di basso e il raddoppio di batteria elettronica, la canzone più adeguata a descrivere il momento storico che i Belle and Sebastian stanno attraversando: la capacità di Murdoch nel mettere insieme strofe e ritornelli di immediata presa è ancora intatta (a voler usare un termine infelice, questo ripetersi di “We Were Beautiful” è già un piccolo tormentone), poi c’è la voglia di esplorare, cercare strade differenti; dal ritornello in poi il brano cresce: troviamo un tappeto di synth, i fiati, le voci incollate alle parole, e una nostalgia di un passato che suona come il più attuale dei presenti. Viceversa, con il bel canto di Sarah Martin a cullare i versi di Fickle Season sembra di veder tornare la formazione nella loro più congeniale comfort zone, ma è soltanto una breve pausa fra il rumore educato di We Were Beautiful e The Girl Doesn’t Get It, che in definitiva è la traccia più complessa di questo ep, non soltanto perché si sente forte l’eco di un prezioso pop con richiami (ancora) ai Pet Shop Boys, quanto per lo stridente incastro tra la profondità del testo e i toni dell’incipit.

Murdoch parla di sentimenti venduti («There is love in the supermarket»), del controllo esercitato da internet («They fear the kids raised on the internet, They are scared if they can’t control you») e di speranze nascoste nel futuro («I got hopes for the future and it doesn’t need money»). E se le paure ci stringono nella morsa del contemporaneo, il frontman chiude con un solenne e consolatorio «love is our only consolation». L’amore è ancora l’unica soluzione possibile in un oggi dove everything is now, everything is different, giusto per parafrasare le strofe del brano in chiusura, dove a tornare più scopertamente è il tema che è stato più croce che delizia dell’ultimo album degli Arcade Fire (Everything Now appunto). Il fisico è diventato digitale dunque, e gli ep che prima acquistavamo e barattavamo con gli amici ora si trascinano nelle plastiche playlist di Spotify, che rappresentano l’equivalente odierno dei vecchi mixtape (…eppure non sono la stessa cosa).

Tirando le somme, How To Solve Our Human Problems Part 1 mostra una band ancora solida e coerente, maggiormente a proprio agio nel dosare il sound degli esordi con l’elettronica del precedente Girls In Peacetime Want To Dance (smorzati dunque gli eccessi di tastiere e synth che trovavamo in The Party Line e Enter Sylvia Plath?), desiderosa di arrivare immediatamente all’orecchio degli ascoltatori con un messaggio non scontato e che anzi, faccia riflettere. Ma è proprio la matura freschezza di queste canzoni a non portare con sé altrettanti momenti da vera antologia.

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