Recensioni

Quinto di una discografia inaugurata nel 2017 e centellinata come il buon vino, Neon Summer Skin è il primo album che la sua autrice, la chanteuse di origine siriana – e losangelina d’adozione – Azniv Korkejian, in arte Bedouine, ha dichiaratamente scritto con un intento. Come a rendere onore alla ragione sociale adottata, canzoni popolate di ricordi di vite nomadi, di affetti familiari, di un’infanzia trascinata tra Siria e Arabia Saudita, luoghi rivisitati di recente e adesso rievocati in un abbandono nostalgico e pieno di sentimento, che ne conferma l’indiscusso talento di cantautrice già dimostrato in passato, portandolo nella dimensione di una maturità espressiva indiscutibile.
Una precisa dimensione, lirica e d’ambiente, a cui si accompagna una rinnovata ambizione in termini di songwriting e arrangiamento, complici le orchestrazioni ricercate e la produzione raffinata di Gus Seyffert, a cui in un paio di tracce si sostituisce Jonathan Rado portando con sé i vecchi amici Brian e Michael D’Addario (aka The Lemon Twigs), ricreando così il team che rese classico Titanic Rising di Weyes Blood, con esiti ugualmente paradisiaci (il pop barocco di On My Own, le meraviglie alla All Things Must Pass di Long Way To Fall).
Se il mondo di riferimento rimane quello del Laurel Canyon (vedi la title track, in odore di Fleet Foxes, o la pianistica Always On Time, showcase per la sua voce di velluto), il suono si apre a suggestioni di exotica (One Thing Right raggiunge vette di classe ed eleganza degne della divina Dusty Springfield) e bossa nova (Deghma Cheega, Na Na Na), senza mai scadere nel lezioso o calligrafico, mantenendo anzi costante – ovvero, altissimo – il livello di produzione, scrittura e interpretazione.
Basterebbe la sola Canopies, cuore dell’intero lavoro (posta non a caso a metà scaletta, con una versione alternativa per solo piano a chiudere), dove il vissuto drammatico della madre, rifugiata tra Libano e Armenia, viene prima rievocato direttamente dalla voce narrante della stessa e poi trasfigurato dalla figlia in forma di dolcissima ballata in punta di voce, con versi di poesia struggente come “Waves, waves fold over / And send her scent to me / From the rugged cliffs of the Mediterranean / To the bars of my balcony”.
La questione della provenienza geografica, delle realtà e delle storie dietro le canzoni non può passare in secondo piano; non solo per l’importanza e risonanza che tematiche di questo tipo possono avere oggi, nel mondo (e nell’America) del 2026, ma per il modo si fanno poesia universale attraverso il linguaggio, classico e familiare, di certo folk West Coast, veicolate da capacità interpretative davvero uniche, da vera signora della canzone come lo furono una Carly Simon o una Joni Mitchell. Prezioso.
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