Recensioni

Un piccolo oggetto anomalo nella discografia di Beck: otto brani, molti dei quali già circolati nel corso del tempo, tra colonne sonore e singoli sparsi, ora riuniti in una sorta di mixtape sentimentale che ha un po’ il sapore dell’operazione d’archivio e (forse anche più) quello di un ritratto dell’artista sul plateau della mezza età. Del resto, già da un pezzo – facciamo dopo la svolta gainsbourghiana di Sea Change e le successive esplorazioni folk-pop-electro a vari gradi di sofisticazione – Mr. Hansen ha mostrato una crescente attrazione per la forma canzone intesa come repertorio, tradizione da attraversare e non necessariamente da reinventare.
Il titolo rimanda al celebre pezzo dei Korgis, la cui cover di Beck venne inclusa nella soundtrack di Se mi lasci ti cancello (correva l’anno 2004), brano che qui funziona come vero e proprio manifesto poetico e metodologico: aggredire la melodia con circospezione implacabile, esercitare un equilibrio vibrante tra misura e passione, rispettare le zone di chiaroscuro, reprimere il bisogno di illuminare tutto e del troppo enfatizzare. Da qui in avanti il disco si muove come un percorso tematico, una gimkana camp tra diverse declinazioni del sentimento in musica: per una Can’t Help Falling in Love (che Elvis rese un monumento) a dire il vero un po’ (f)rigida, c’è una I Only Have Eyes for You (cavallo di battaglia dei Flamingos) che immerge l’aura romantica originaria in un miraggio febbricitante Beach Boys; a una Your Cheatin’ Heart (ballata folk firmata Hank Williams) che spolvera gli stivali tra malinconie da front porch, risponde una Michelangelo Antonioni (di Veloso) che si abbandona in un abbraccio bossa più astratto che ipnotico.
Detto di Love che quasi neutralizza a forza di toni pastello la carica al tempo stesso angosciosa e liberatoria di Lennon, e messa a referto la conclusiva True Love Will Find You in the End che lascia a Daniel Johnston ciò che è di Daniel Johnston, giusto a metà scaletta spicca Ramona, brano dello stesso Beck realizzato nel 2010 per la OST di Scott Pilgrim vs. The World, popadelia orchestrale dal passo letargico e dal respiro infestato di spore luccicose, un po’ come dei Flaming Lips colti da un raptus di malinconia radiosa Air.
Nulla di inedito insomma. L’unico senso che si può spremere all’operazione è la volontà di tenerli assieme, questi borbottii cardiaci con lo sguardo perso in un trasporto a gravità zero. Come l’insostenibile insensatezza dell’amore quando smarrisce i punti d’appoggio, le coordinate, l’oggetto del suo bruciare. Visto il periodo dell’uscita, può rappresentare un cadeau intrigante per un San Valentino più denso della media.
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