Recensioni

Per una volta ci piacerebbe raccontare un festival musicale deviando dai soliti discorsi telefonati su chi ha suonato cosa o come, per concentrarci invece sul peso specifico dell’evento in sé e su quello che ha significato parteciparvi. Non fraintendeteci, il programma musicale di Beaches Brew 2015 è stato incredibile – in quale altro festival italiano avreste avuto la possibilità di ascoltare gratis e sulla spiaggia artisti come Viet Cong, Strand Of Oaks, Babes In Toyland, Moon Duo, Ought, Mikal Cronin, Thee Oh Sees? – ma siamo anche convinti che il vero valore aggiunto sia stato il portato di presenze italiane, e soprattutto internazionali, che la manifestazione ha attivato (grazie anche alla partnership con l’olandese Belmont Bookings).

Il quarto giorno di Beaches Brew 2015 abbiamo scambiato quattro chiacchiere con un turista tedesco, e ci siamo dovuti “sorbire” una cascata irrefrenabile di «cool» in tutte le salse: lui che non riusciva a spiegarsi come fosse possibile un festival completamente gratuito, con quel cartellone, in una bella città di provincia come Ravenna e «on the beach», e noi a stupirci che un europeo “germanocentrico” e “merkeliano” potesse davvero invidiare qualcosa a questo disgraziato Paese. Del resto i dati parlano chiaro: una stima di 10.000 presenze complessive in cinque giorni di festival, più di 2.000 presenze di indotto nelle strutture di ricezione alberghiera della zona (di cui un terzo straniere, provenienti da Germania, Turchia, Francia, Austria, Polonia, Svizzera, Stati Uniti, Australia, Danimarca e Bulgaria), eppure – da quanto ci risulta – nessun problema di ordine pubblico.

Anzi, tutto si è svolto nel migliore migliori. Tre i palchi previsti – uno “classico” sotto la tettoia dello stabilimento balneare Hana-Bi, uno enorme posizionato sulla spiaggia e con un impianto audio che ci è parso all’altezza e uno al Molo Dalmazia di Marina di Ravenna – per una scaletta concerti puntuale (tra i quaranta minuti e l’ora di durata a set) e senza sovrapposizioni fastidiose. C’è stato poi il capitolo “VIP”, con la presenza dell’attore Elija Wood – per chi non lo conoscesse, il Frodo del film Il signore degli anelli – per il DJ set dei (nei) Wooden Wisdom: il suddetto ce lo siamo trovati di fianco il secondo giorno di festival, impegnato a spulciare tra i dischi in vinile di una bancarella (gossip: ha comprato, tra le altre cose, un album piuttosto malconcio con la colonna sonora di Tenebre, il film di Dario Argento) e, tra i continui selfie a cui si è dovuto prestare e l’estremo interesse che ha mostrato per i concerti, ci è parsa una persona piuttosto lontana dall’immaginario hollywoodiano, sinceramente presa dalla musica e decisamente paziente.

Impossibile raccontarvi tutti i set di Beaches Brew 2015. Premettendo che ci siamo persi la serata inaugurale (in cui suonavano Stromboli, Godblesscomputers, Shabazz Palaces e DjFitz + Wooden Wisdom), ripercorriamo a mente fredda quelli che ci sono sembrati i live più intriganti di una manifestazione musicale che ha investito moltissimo sulla qualità: il desert-blues elettrico di Mdou Moctar e della sua band, che ha accompagnato il tramonto sul canale del molo di Marina di Ravenna con chilometri di assoli tribali e quasi mistici; il subbuglio MC5 e Johnny Thunders dei coinvolgenti e giovanissimi Afterpartees; la grande professionalità e creatività delle Ex Hex, capaci di un set elettrico preciso e sorprendente, nonostante una formula (punk, garage e dintorni) che non lascia molto spazio all’immaginazione; le star del festival Babes In Toyland, che perdonata una partenza a singhiozzo e non proprio impeccabile, hanno poi recuperato in corso d’opera con una perfomance maschia(?!) e contando su schiere di fan commossi dalla nostalgia; il suono blindato, lacerante e psichedelico dei Moon Duo, ovvero qualcosa di molto vicino all’acufene per chi si fosse trovato nei paraggi delle casse spia, ma certamente con una sua fortissima personalità; gli Ought, che dal vivo ci sono parsi decisamente più efficaci rispetto alla versione su disco, grazie anche al carisma di un magrissimo Tim Beeler in bilico tra Mark E. Smith dei Fall e Ian Curtis; gli impeccabili Viet Cong, cinici e spietati nel portare a casa il risultato con una naturalezza quasi surreale e una bravura tecnica ormai indiscutibile; un Mikal Cronin discreto (nei modi) ma di sostanza (nella musica); i Thee Oh Sees di John Dwyer, maestri nell’imbastire – grazie anche a due batterie metronomiche e coordinate in maniera impeccabile – un garage-psych fisico, tiratissimo, ritmicamente irresistibile e decisamente divertente.

«Belmont Bookings è onorata di lavorare con il team di Bronson Produzioni per creare qualcosa di così unico che non si può trovare in nessuna altra parte del Pianeta», ha commentato Bob Van Heur, co-curatore del festival, «e stiamo già pensando a come potremmo fare evolvere ulteriormente Beaches Brew Festival, facendolo diventare un evento con sempre un maggior richiamo internazionale». Al di là delle iperboli del caso, investire ulteriormente su una manifestazione come questa, che è in primis un arricchimento culturale e poi una vetrina strettamente musicale, ci parrebbe cosa buona e giusta. Non fosse altro per inserire la riviera romagnola tra le tappe “che contano” del circuito dei principali festival internazionali.

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