Recensioni

In apertura di Ghoshunting, BC Camplight mette in chiaro il punto: «for the whole first half of this record I thought I had a really bad disease, turns out I’m just mentally ill». E il particolare che questo piccolo monologo quasi da stand-up comedian sia nella seconda posizione della scaletta di questo nuovo album, il terzo della trilogia di Manchester, dice molto del suo autore: un’ironia che nasce dal gusto per l’assurdo, tra Monty Python e Flaming Lips. E che prosegue con la domanda all’avvocato che si occupa di infortunistica se avere allucinazioni del proprio padre morto possa contare come “caduta”. Una claustrofobia generata da tensioni contrapposte si era già affacciata nell’iniziale I Only Drink When I’m Drunk (esplicitamente ironica fin dal titolo), dove l’oggetto dei sogni è un liquore molto noto in Scozia, il Buckfast, che lo porta a ballare gli Ace of Base, in un cortocircuito anni Novanta che strappa il sorriso.
Biografia e fiction, depressione e musica come terapia, sorriso come scongiuro e disperazione si sono sempre fusi nella poetica del musicista di Philadelphia trapiantato a Manchester. Due esempi su tutti. Quando rimane in UK oltre la data di scadenza del suo permesso di soggiorno, viene deportato, e il risultato di quell’esperienza è il precedente Deportation Blues. O il fatto che le trilogia sulla sua nuova città sia iniziata da un disco dall’esplicito titolo How To Die In The North. Allora viene da chiedersi se il nuovo brano I Wanna Be In The Mafia non possa essere collegato alla risoluzione della questione passaporto grazie all’acquisizione della cittadinanza italiana per via di certi parenti nostrani (all’anagrafe BC Camplight è Brian Christinzio).
A tratti sembra una versione più divertita delle ballate al pianoforte di un maestro dell’ironia come Randy Newman (Arm Around Your Sadness), senza lo sguardo narrativo/universale dell’americano. Ma il più delle volte, come già notato all’inizio della trilogia inglese, BC Camplight sembra proprio una versione aggiornata del Beck di inizio carriera: un frullatore di influenze musicali disparate, dai Bee Gees agli XTC, dai Super Furry Animals a Paul Simon e Brian Wilson, ma anche uno sguardo a Prince, Iron&Wine e le derive indie dei Duemila (i più maturi avranno forse notato una certa somiglianza al limite del sospetto tra la chitarra della title track e quella di Promises dei Morning Benders…).
Ne viene fuori l’ennesima dimostrazione di gusto, acrobazia e perizia compositiva, acuta per qualche trovata (come gli scherzi Seventies di Cemetery Lifestyle o le leggere dissonanze di Ghosthunting che la rendono preziosa, o ancora la risoluzione tra bridge e hook di Back to Work che fa tanto Flaming Lips), ma che almeno per chi scrive scalda fino a un certo punto. C’è forse un po’ troppo solipsismo, un’autoreferenzialità fuori tempo massimo (non sembrano più essere i tempi del pop da cameretta…) per rompere i lacci che ne comprimono l’innegabile talento. Peccato.
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