Recensioni

Non si scrivono canzoni di Natale e non si scrivono canzoni per i figli. A parte questi due errori in un solo pezzo (Ragazzina) per cui fa ammenda dall’inizio del tour, Francesco Bianconi con i suoi Baustelle ha azzeccato tutto di questo L’amore e la violenza: il concept, le canzoni e il suono, che è un pastiche di classico, sintetico, colto, kitsch, citazioni e alchimie strane nella solita cornice pop un po’ rétro e un po’ musica sinfonica in discoteca. Anche la scenografia e il suono del live, una dimensione in cui il trio toscano da qualche tournée a questa parte si è lasciato un bel po’ di incertezze dietro le spalle. Lo dicono i numeri ma lo dice anche l’ascolto.

Il repertorio di questa sera (che, ricordiamo per la cronaca, recupera il concerto annullato in extremis per la pioggia al Carroponte) è per il 90% quello già apprezzato mesi fa agli Arcimboldi qui a Milano. La prima parte del concerto è tutta un film di L’amore e la violenza, con l’unica differenza che i titoli di testa non sono per lo svolazzo cine-baroccheggiante di Love ma per un brano molto più rock, anche se sempre con l’aria da colonna sonora: Violenza. Poi spazio all’album per intero quasi in ordine di scaletta, a partire da Il Vangelo di Giovanni e Amanda Lear (preceduta da un messaggio vocale dell’indimenticata musa di Salvarod Dalì, Roxy Music e CCCP che ringrazia per la dedica). Collaudatissima ormai anche la seconda parte dello show, in cui spiccano le versioni anni Zero/Dieci dei brani del Sussidiario (Gomma, La canzone del parco, La canzone del riformatorio) e la rilettura elettroacustica della Moda del lento, oltre a due intrusioni gradite della colonna sonora per Giulia non esce la sera (Piangi Roma) e del Bianconi autore extra Baustelle (Bruci la città).

La vera sorpresa, più che l’inedito Veronica, N.2, che sta girando da tutto il tour, è Henry Lee, una canzone “d’amore di violenza” – appunto – che arriva dal Nick Cave degli anni ’90 (in origine un traditional) o meglio ancora da PJ Harvey, visto che la versione baustelliana con il ritmo squadrato ricorda più certi brani duri di Polly che il duetto folk di Murder Ballads. Due parole anche per Lucio Corsi: è uno dei migliori artisti di supporto italiani che mi sia capitato di vedere recentemente. È un cantautore classico “all’italiana” – si sentono nella sua musica i De André e i De Gregori – con una verve che lo fa preferire a molti suoi colleghi e coetanei di oggi. Si dice che ci sia fin troppa ironia in giro, ma la sua è di quelle davvero argute e fantasiose, oltre che piacevoli da sentire.

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