Recensioni

Eclettismo esuberante, versatilità estrema, romanticismo macchiato ora dalle tinte dell’indie rock ora da quelle dell’hip hop. Queste erano le coordinate di Live Forever, l’esordio acclamato di Bartees Strange. Un album, quello del 2020, che era un po’ una dichiarazione di libertà, un posto in cui l’ibrido era possibile, le categorie inesistenti. I frutti raccolti da quel successo gli sono valsi collaborazioni con nomi importanti come Lucy Dacus, Courtney Barnett e Phoebe Bridgers. Soprattutto gli sono valsi l’attenzione della 4AD, la stessa etichetta dei suoi beniamini National, di cui fu autore di un eppì di cover. Ad ogni modo, l’etichetta della Beggars ha deciso di mettere il proprio marchio sulla produzione dell’atteso sophomore.
Rispetto all’esordio, la formula del nuovo Farm To Table non cambia. Semmai è gestita più sapientemente, senza l’esibizionismo tipico dell’esordio. Il genere di Strange è intrinsecamente malleabile, trasversale. Il guscio è un rock sentimentale fra alt e folk. Ma, tra le righe, c’è una blackness coraggiosa che lo porta spesso a dialogare con forme e sostanze dell’hip hop e r’n’b. Non opta per soluzioni facili, non si fa confinare in un genere, non ha paura di piegare i propri gusti a seconda delle necessità. È concettualmente duttile, anche dal punto di vista narrativo, quando le sue elucubrazioni lo portano a toccare tematiche di ingiustizia sociale e attenzioni politiche.
L’inizio è affidato a un duetto di chiara derivazione National. Heavy Heart apre le danze prima con un riff esplosivo e poi, verso metà, con il coinvolgimento dei fiati che concorrono verso l’aplomb emozionale della traccia. Dove manca l’originalità, c’è la freschezza. La Mulholland Dr di lynchiana memoria (ma solo per il titolo), è una cavalcata esistenzialista, in cui gli interludi di chitarre spostano l’asse verso un emo-pop, a metà fra Local Natives e Maroon 5. Sincopato, nevrotico, ma allo stesso tempo estremamente melodico è invece il singolo Wretched. Qui l’atmosfera da teen band è mitigata da una strofa che potrebbe trovare posto nel catalogo di Bon Iver. Nessun effetto speciale, ma un compito degnamente svolto all’interno dell’ode melodica del disco.
Il discorso cambia con Cosigns. Le chitarre lasciano il posto a delle percussioni sintetiche e il cantato straziante si trasforma in vocoder e flow hip hop. Sembra un brano di Future senza supermodelle e gangster. C’è, invece, un omaggio all’amicizia di Bridgers, Dacus, Courtney Barnett e, soprattutto, del patron di Beggars Martin Mills. Il pezzo è spiazzante, disequilibrato, ma decisamente originale. Altrettanto straniante è Escape The Circus, forse il punto più ambizioso di questo già ambizioso album. Un succoso groove iniziale ci fa credere di essere nel mezzo di un brano di Real Estate o Wild Nothing. Poi, tirando in ballo una critica alle criptovalute e al neo-capitalismo, esplode sul finale in un riverbero di rabbia adolescenziale.
Chiude il cerchio sentimentale e, allo stesso tempo, politico la ballata Hold The Line. Dedicata a Gianna, la figlia di George Floyd, è concepita su una chitarra slide in stile Prince e su un approccio fra il liturgico e lo speranzoso. «Can’t imagine what’s running through her young mind now» non è proprio il verso più poetico mai scritto, ma da premiare c’è tanto il trascinamento emotivo, quanto l’equilibrio che non lo fa decadere a semplice retorica.
Eclettico rischia di essere un modo gentile per non dire poco a fuoco. Gli sbandamenti fra stili estremamente diversi e il sound a volte in odore di cover band di Matt Berninger e soci rendono la fruizione di questo nuovo lavoro difficoltosa. Ma Farm To Table è senza dubbio un episodio interessante nella discografia dell’artista angloamericano, che, continuando a dialogare con i propri referenti, presto troverà la quadra giusta per sfondare.
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