Recensioni

Distintisi tra quell’affollato, ribollente e vitalissimo universo musicale che è il metal grazie alla forza indiscutibile di una tripletta di album uno più consistente dell’altro, gli statunitensi Baroness si sono trovati ad un soffio dal grande successo commerciale con l’uscita nel 2012 dell’ambizioso Yellow & Green. Una parabola ascendente bruscamente interrotta, proprio a poche settimane di distanza dalla pubblicazione di quel disco, da un incidente stradale che coinvolse l’intera band proprio durante un tour promozionale. In formazione rimaneggiata – da allora in avanti guidata dall’unico membro fondatore, John Baizley – come una fenice che risuscita dalle proprie ceneri, nel 2015 il ritorno con l’intenso Purple, un disco che porta nell’artwork il colore violaceo degli ematomi e delle ferite, ed è intriso del terrore di chi ha visto davvero la morte in faccia e carico della gratitudine di chi è riuscito miracolosamente a scamparla e lo può raccontare. Un album come un inno alla sopravvivenza che continua a riecheggiare forte e chiaro anche nel nuovo Gold & Grey.
Supervisionato al banco di regia da Dave Fridmann – che proprio in questi giorni sta raccogliendo molte critiche a causa del muro di suono distorto ed ultra compresso della produzione finale – questo quinto LP dei Baroness non espande e rielabora solo i temi dei testi del precedente lavoro, ma ne rilancia anche l’ambizione, nel tentativo di realizzare una raccolta di brani di ancora maggior respiro. Rispetto a quelli, compatti, melodici ed immediatamente memorizzabili, nuovi titoli come Torniquet, Anchor´s Lament/Throw Me an Anchor e Pale Sun spiccano per profondità e multi-sfaccettata complessità. La sensibilità più vicina al progressive rock della band viene messa in bella mostra anche dalla perizia strumentale dei membri acquisiti dalle sessions di Purple, ovvero Sebastian Thomson e Nick Jost, come dalla nuova entrata Gina Gleason, che aggiunge un che di etereo ed inquietante alle parti vocali, riccamente stratificate, a tratti sapientemente dissonanti, sempre molto evocative.
Non mancano, come nella migliore tradizione, le grandinate di riff chitarristici e i tempi a rotta di collo, punto di forza dei Baroness allora come ora. Front Toward Enemy, Seasons, Broken Halo, Can Oscura e il primo singolo Borderlines sono solide, brutali e allo stesso tempo rassicuranti al punto giusto, quel tanto che basta per non deludere gli affezionati fan, anche se nel complesso si ha l’impressione che la band abbia ben altri piani per il futuro. In questo senso, nonostante le intenzioni e la portata del lavoro – doppio album, diciasette brani, di cui un paio divagazioni acustiche ed altri che fungono da intermezzi sperimentali ed ambientali – Gold & Grey da l’impressione di essere un lavoro di transizione. Ambizioso sì, ma non completamente a fuoco, non del tutto interlocutorio ma segno di un potenziale enorme ancora in cerca di una via per venire espresso nella sua massima potenza.
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