Recensioni
Teatro Regio di Parma, Barezzi Festival
Fontaines D.C.
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Fabio Campetti
- 7 Novembre 2021

È tornato pieno regime anche il Barezzi Festival, ormai appuntamento fisso dell’autunno parmigiano e non, evento da sempre improntato su un cast di tutto rispetto e di grande qualità, cresciuto edizione dopo edizione.
Quest’anno si è trattato di una tre giorni ribattezzata “Mondi Lontanissimi” e dedicata a Franco Battiato, con tanti ospiti invitati a reinterpretare alcuni brani del maestro, da Guido Maria Grillo a Nicolò Carnesi, dai Radioderwish a Pino Marino, in concerti allestiti nelle varie location messe a disposizione dal Comune o al ridotto del Regio stesso. Casualmente mi sono imbattuto nello show di Filippo Destrieri, storico collaboratore del maestro siciliano, che ha allestito uno spettacolo incentrato sulla prima parte della carriera di quello che è stato, insieme a Lucio Battisti, il più grande genio della musica italiana, con visual psichedelici e la voce stessa di Battiato, e Destrieri a suonare in contemporanea. Non so se sia stato un esperimento ad hoc per il Barezzi, ma mi auguro che possa essere replicato anche in futuro, dal momento che si è trattato di uno spettacolo davvero pregevole.
Il ruolo degli headliner al teatro Regio quest’anno è stato affidato a Carmen Consoli, che ha aperto le danze, giovedì 4, presentando Volevo fare la rockstar, nono disco della saga, che conferma il talento e la bravura dell’artista catanese, e poi a Iosonouncane e al suo mastodontico IRA, un disco di art rock avanguardistico di proporzioni internazionali. La tre giorni si è poi chiusa con il live act degli irlandesi Fontaines D.C., enfant prodige del nuovo post punk britannico, già sugli scudi con l’esordio Dogrel – osannato dalla critica ancor prima di uscire – e riconfermatisi band di grande spessore con il secondo lavoro A Hero’s death.
Originari di Dublino, appassionati di un genere fuori dagli schemi, quasi anacronistico per le sonorità attuali, i Nostri sono stati capaci di assimilare la lezione del grande Mark E. Smith (soprattutto per il cantato), rimescolando le carte in tavola e attualizzando il tutto con grande personalità. Più spigolosa ed integralista nei brani del disco d’esordio, penso ad un’asfissiante Too Real o a una psicopatica Hurricane Laughter la band ha dimostrato di essere orientata maggiormente verso una forma canzone più classica in alcuni episodi estrapolati da A Hero’s Death, su tutte un’emozionante You Said, ballad che ci riporta ai classici della canzone d’oltremanica, ma anche una Lucid Dream serrata nel ritmo ma più canonica nel cantato, o una toccante I Don’t Belong. Grian Chatten è un leader istrionico, che sul palco ha l’estetica da bravo ragazzo di un giovane Ian Curtis e l’arroganza e la sfrontatezza del Liam Gallagher dei giorni migliori, il tutto condito da movimenti circolari, quasi schizofrenici: lui da solo vale il prezzo del biglietto. Il concerto è tirato, senza fronzoli e pause (non andiamo oltre l’ora e dieci di durata), come l’attitudine di questo tipo di genere musicale impone: echi di new wave in una Living in America di bauhausiana memoria, quasi come se fosse una Dark Entries rallentata, o una Chequeless Reckless da panico.
Consacrati di fatto come vere e proprie rockstar, basti pensare ai 10.000 invasati al concerto di Londra a fine ottobre, i Nostri potrebbero essere la risposta più pop (si fa per dire) agli Idles (altro fenomeno di massa totalmente fuori dagli schemi). C’è sicuramente fame di nuovo rock o punk che dir si voglia, per tutta quella fetta di pubblico che non mastica le tendenze attuali monopolizzate dal rap e dalle produzioni plastificate. Alla fine i Fontaines D.C. vincono perché sono un gruppo onesto e sincero, non inventano nulla e non hanno la pretesa di farlo, sanno scrivere canzoni, trasudano divertimento e quasi senza saperlo snocciolano un inno generazionale dopo l’altro.
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