Recensioni

La cosa che più colpisce dello stile di Barbara De Dominicis è il respiro interiore. Un modo estremamente delicato di accarezzare gli spazi con la voce, di sfiorarli con elegante discrezione come per estrarne lentamente un’emozionalità inattesa. Da qui la giusta distanza per misurare lo spazio, saggiarne le consistenze per poi travalicarle. Parla, canta, sussurra e intona sfuggendo alle apparenze; screzia di elettronica, balbetta e si apre in melodie avvolgenti restituendo il concetto base del disco: il corpo come essenza indivisibile in sé e non come appartenenza a una sostanza distaccata – questa la teoria di Jean-Luc Nancy che ha ispirato Body Maps della sperimentatrice partenopea di stanza a Roma.
Frutto di una gestazione complessa, l’album ha visto all’opera – sia in presenza che a distanza – una fitta schiera di collaboratori, a costruire interpolazioni sonore perfettamente appropriate per sostenere la mappatura emozionale ed esistenziale della corporeità tratteggiata dalla voce. Il discorso passa per alcuni punti chiave che approfondiscono le diverse sfaccettature del concetto: dalle strategie ASMR di Mouth, che poi alternano armonie blues e inquietudini sognanti tratteggiate dalla chitarra di Marco “Ubik” Bonini e dal violino di Erica Scherl, al jazz lunare di Bones con Teho Teardo e il clarinetto basso di Massimiliano Sacchi a disegnare equilibri complessi, tra suggestioni primaverili e obliqui percorsi rarefatti, mentre la voce vaga decomponendosi continuamente in armonie colme di stupore e balbettii inquieti.
Una ricerca sviscerata a colpi di inorganicità vicina a esperienze come quelle dell’Ensemble Avantgarde o della ICP Orchestra, e come anche alla ricerca più recente di Yannis Kyriakides, che prosegue nella notevole lezione elettroacustica di Womb. Nella traccia Elio Martusciello coadiuva la Nostra spezzando siderali distese isolazioniste con improvvisi sussulti concreti. Una a-musicalità che tratteggia ambienti altri, per poi lasciare il passo alle terre innevate di Heart Unbeaten, in cui il battito cardiaco diventa algida ritmicità nelle mani di Marco Messina, mentre il violoncello di Andrea Serrapiglio sottolinea malinconie per particolari scat sospirati.
Hands scivola su musica da camera destruttura e attraversata da leggeri effusioni elettroniche, in cui l’ensemble composto da Bonini, Scherl e Giulio Maschio (batteria) schizza la scena con vortici jazzati e manipolazioni concrete, mentre la voce intona sul finale una filastrocca fiabesca a evocare una riappacificazione almeno temporanea con la materialità. Una poetica suggestivamente umorale che restituisce perfettamente la complessità della riflessione, ripagando l’ambizione con cui è stata immaginata.
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