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Ancora prima di ascoltare la prima nota di Dead Hand Control, il nuovo album di Chris Baio (bassista in casa Vampire Weekend), sono stato colto dalla curiosità di analizzare cosa fosse la mano morta e che tipo di metafora si nascondesse dietro il suo significato. L’automatismo del ceffone che di solito segue quel gesto così villano fu utilizzato dai sovietici durante la guerra fredda come sistema di controllo missilistico in caso di attacco: il geometrico “perimetr” o il più guascone dead hand control. In altre parole, una pioggia di missili fredda e inarrestabile che, almeno secondo le fonti ufficiali, era riservata solo ai momenti di crisi. E quel momento forse è arrivato.

Il perimetr ha colpito gli USA e il mondo intero. Chris Baio ha trentasei anni, è di New York City e anche lui è immerso in una crisi più profonda del virus stesso e delle sue conseguenze, più dello sciovinismo trumpista (il precedente Man of the World si collocava nel cruciale passaggio tra la morte di Bowie e l’ascesa del tycoon), più della grande recessione alle porte, costretto a fare i conti con la necessità di un cambiamento radicale. Per affrontare una tale impresa Baio inventa spiragli, vie d’uscita, chiavi di lettura, abbattendo muri umani e vicoli ciechi. Trasforma la smaterializzazione dei rapporti e la loro progressiva disumanizzazione ponendo se stesso in una posizione di messia laico che non ha poteri straordinari né compie miracoli, ma che ragiona su una delle più grandi carenze di questo secolo: l’abbandono. Giocando sulla complessità dei rapporti umani rende viva anche la Dead Hand («She’s the one thing that we all need / ‘Cause if they try to hurt us, she’ll destroy them / Yeah, that’s my Dead Hand») attribuendo ad essa caratteristiche femminili e dedicandole 9 minuti di elettropop che abbraccia tanto i Depeche Mode (in quel timbro c’è tanto Gahan e un po di David Berman), quanto gli stessi Vampire Weekend. A cuore aperto e scevro da ipocrisie cattoliche afferma «Watchin’ you suffer brought me to my knees, so you can take what you want if you take it from me» (Take it from me), esserci in tempo di crisi, tagliare la marea nera con un raggio di speranza (Endless Me, Endlessly racconta esattamente questo) è un piccolo grande gesto rivoluzionario (qualche Idolo dall’altra parte del mondo ha definito la “Gioia come atto di resistenza”).

Se, come ha recentemente affermato Miguel Benasayag, «l’abbandono è ciò che contraddistingue l’individuo neoliberista, in particolare nell’abbandonare gli altri», stavolta Baio (più che in altri episodi) ha scelto il suo campo d’azione cogliendo una fondamentale intuizione: la vera guerra nucleare si sta consumando tra le persone, nell’assenza reciproca fra gli individui, nella disintegrazione del tessuto sociale. Alla luce di questo capiamo benissimo quelle due battute in Never Never Never (e magari anche quel mood alla Ultravox e quel crooning alla Bryan Ferry): «If you let me stick around, I will never let you down»Baio non piange sulla crisi, ma scrive per chiedersi come le persone reagiscano ad essa promettendo di esserci, in ogni caso. Pazzesco no?

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