Recensioni

7.2

Dietro alla sigla Backwords si nascondevano i nomi di Michele Pauli e Alberto Tucci, ma per l’album di debutto Tre è il solo Pauli a tenere le redini del progetto, una bestia tutta elettronica e osmoticamente legata a certa dance UK (in particolare Bristol e la Livity Sound), ma sufficientemente distante da essa per costruirsi un’identità propria a cavallo tra ambient e club, suono organico e variegate incursioni elettroniche. Pauli, ricordiamolo, è stato il fondatore e il chitarrista della storica band milanese Casino Royale ed è attualmente boss dell’etichetta OOH-sounds per la quale esce questo disco, oltre ad essere il curatore del festival sperimentale Hand Signed (che nella prima edizione ha visto esibirsi Bill Kouligas, Beatrice Dillon, Philip Jeck e Masayoshi Fujita). Non a caso il sound esplorato qui si muove, sospeso, dentro e fuori dai confini di genere con grande attenzione per il campionamento e per la spazialità del suono.

Fin dall’opener Below/Above il dettaglio e la libertà con la quale il brano evolve in una serpentina di loop, effetti e ritmi spezzati, è notevole. Pauli si muove al meglio quando le sue incursioni inforcano frammenti electro, suoni organici e altri polverosi field recordings non lontani da quelli di Burial, per far un nome tra i tanti. Riguardo al tappeto ritmico, da queste parti non ci si spinge mai completamente nella direzione del dancefloor ed anche quando Pauli lo fa, cala l’ascoltatore in un caleidoscopio di fluttuanti suoni che possono assumere forme space jazz (Wait!) come quelle di un funk altrettanto antigravitazionale (Pas de Chance). A risultare aleatoria e spooky del resto è l’intera scaletta: Arpoon è emblematica ed è anche la più vicina al catalogo più sperimentale di un’etichetta come Livity Sound, riferimento, assieme a quello alla scena di Bristol, che è palpabile nella produzione di Backwards (vedi anche lo stomp di una Navigation che riporta dalle parti di un Batu) ma affatto ingombrante. Anzi, quello di Tre rappresenta un dialogo a distanza e a doppia mandata con le più entusiasmanti sonorità in fatto di Uk techno da parte di un producer non solo tecnicamente preparato (e attento a ciò che si muove a livello di produzioni elettroniche), ma anche libero di esplorare con creatività un suo sguardo sulla materia che può farsi anche dark ambient tout court (Tanzania) come tangente a certa techno artica (Echinacea) o tedesca (Post-Rider), e dunque non lontano dal catalogo delle produzioni legate a Moritz Von Oswald.

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