Recensioni

Maledetti londinesi! Quelli che se li metti davanti alla telecamera per la prima volta già ballano e cantano come consumate star. Quelli che fanno disperare i parrucchieri che è quarant’anni che, come automi, eseguono lo stesso taglio. Quelli che anarchici oggi (e neo-psichedelici domani) si vendono al primo discografico per un tozzo di pane dopodomani. Quelli che chiamano i sanitari al singolare. Quelli che, in definitiva, working class e ignoranti come capre, dal campetto dietro casa te la menano e te la suonano masticando corde e suonando bacon, triturando pelli e percuotendo polli.
C’era un aspetto che rendeva i Libertines accattivanti e odiosi allo stesso tempo: la capacità di tradurre la lascivia del punk in storie di vita sconclusionate eppur abilmente giocate sul filo di una ubriacante e sonnolenta strada pop. Qualunquismi e ritornelli buttati là nel più ruffiano e trasandato dei modi, che convergevano verso uno stile che acciuffava per i capelli la sguattera dell’avanspettacolo per farla roteare in una confusione di sberle e carezze, di rattoppi di spilla e biasciar di caramella.
Pete Doherty, post-scaramucce con Barat, post-bacio gay con Elton John, post-sesso e droga con Kate Moss, riparte proprio da queste coordinate tracciando la strada dei Babyshambles verso il raccordo chiamato Exile On Main Street e incarnando così, anche musicalmente, il personaggio mediatico che s’è costruito negli ultimi mesi.
Da questi presupposti il menù viene da sé: fatto salvo un manipolo di brani maggiormente convenzionali strofa ritornello (8 Dead Boys su tutti), il resto sono canzoni abbozzate, bassi profili urbani (Back From The Dead), umori da post-sbronza, anthem senza eiaculazione (Fuck Forever), serenate Mersey Beat (What Katy Did Next), amati ’50, fisarmoniche dylaniane (Loyalty Song) e (persino …ma non ci stupiamo per nulla) reggae chitarra/voce scritti in carcere (Pentonville). Con tutto ciò, tanto punk infilzato qua e la come un porcello allo spiedo e un inseguir canovacci mai scritti per chitarre, bassi e batterie.
In cabina di regia Mick Jones lavora in background e miracoleggia in superficie, lasciando che il ragazzone incarni il legno betulla della marionetta, scambiando sorrisi con l’ottimo chitarrista Patrick Walden e tendendo sempre i brandelli del giornale ben appiccicati. Il risultato? È elementare …piacevolmente qui e ora punk.
Amazon
