Recensioni

Per Black Metal, il suo ultimo più che valido album autografo, concludevamo la recensione parlando di un autore fascinosamente in bilico tra cantautorato e produzione, mai completamente svelato, sempre ondivago, e dove era forse la circolarità la miglior metafora per descriverne un percorso in cui ad ogni a capo potevamo scorgere uno scarto rispetto al giro precedente, anche se millimetrico. Ebbene, cambiata la ragione sociale in Babyfather (una band, apparentemente) e tornato su Hyperdub a qualche anno di distanza dall’exploit che fu l’omonimo album degli Hype Williams con Inga Copeland, Dean Blunt si ripropone in tutto il suo enigmatico e disadorno fascino con un disco (apparentemente) senza capo ne coda, questa volta cantato come un Quasimoto o un Tricky esistenzialisti, affatto cool, e assemblato sul cemento come un mixtape di graffiti per sole tag (in verità è la registrazione di una fittizia prova di trasmissione radiofonica). All’hypnagogica e agli esperimenti sul cantautorato di ieri si sostituisce qualcosa di non così lontano, detto con produzione che torna elettronica (sample, beatbox, dub, synth) e testi che si aprono al mondo e alla politica. Fact sottolinea in un ottimo articolo che il tema di fondo qui è «l’esperienza di un uomo di colore nel Regno Unito» quando, al contrario, Black Metal parlava di depressione e di questioni più legate all’individuo. Per le nostre orecchie non abituate allo slang, è veramente difficile comprendere tutte le sfumature dei suoi discorsi, ma di sicuro la frase chiave attorno alla quale ruota il disco è «this makes me proud to be British», sermone che, ripetuto all’infinito, torna più volte in tracklist e ci fa inequivocabilmente capire che è l’identità il leitmotiv dell’intero lavoro.
Musicalmente le cose non sono certamente più chiare (e quando mai lo sono state?): si passa attraverso tossiche basi HH (Greezebloc), fumatissimo trip hop (il singolo Meditation, con un Arca solo nominale alla produzione; Killuminatti, che riporta le lancette al primo Tricky), dub (N.A.Z e Deep con ancora Arca), puro noise (Flames), UK rhythm e così via, tutto immerso dall’autore in una dimensione suburbana, letteralmente da condominio, in un quotidiano che irrompe nel mix sottoforma di continui break sul canale (suonerie di cellulari, sirene, citofoni, vicini che blaterano, un fuoco che divampa selvaggio, ecc…) sabotando tracce musicali già di per sé brevissime, anzi, meglio descrivibili come brevi schizzi di bomboletta per libere associazioni di pensieri e tematiche razziali (altra frase chiave: «non importa che CAP hai, alla fine la gente ti chiederà sempre da che Paese vieni»).
In definitiva, la fittizia band Babyfather – la comunicazione di Hyperdub ha specificato più volte che questo non è un solo project – è l’ennesimo bluff. Eppure questo disco è uno di quei bluff che – non in tutto il minutaggio, ma comunque in buona parte di esso – mantiene quel vivo fascino addittivo che ti spinge a tornarci su per svelarlo (pur sapendo di non poterlo svelare), smontarlo (più di quello che è già), ma soprattutto per tornare a respirarne l’aria, perché c’è sempre stato (e c’è) qualcosa di speciale nei mood e nei continui cambi d’abito delle produzioni finora prodotte da Blunt. A ben sentire, più che ascoltare, e comprendendo che Escrow è la metafora di un pischello che vorrebbe fare il dj di una radio pirata interpretato dallo stesso Blunt con voce pitchata, quel che emerge da questo tutt’altro che facile ascolto è uno degli sguardi più interessanti e attuali sulla complessa tematica dell’identità in UK ma anche allargabile all’Europa tutta. Prendendo in prestito la definizione di anti-folk, potremmo dire che i Babyfather fanno anti-hip hop, e in questo 2016 un segno lo hanno lasciato.
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