Recensioni

6.9

Ti chiede di entrare nel suo boudoir di sogni appassiti. Una stanza di bambola dove si agitano fantasmi romantici e derelitti. Bohemienne fuori tempo massimo, cocciuto nostalgico di cabaret andati, regina delle illusioni desuete che puoi indossare e togliere dal corpo ma non dall'anima, Baby Dee torna con un album breve e perlopiù strumentale – sono 4 su dodici i pezzi cantati – dove il piano, l'amato Steinway D, diventa materia e scalpello, calligrafia fervida e malferma di miraggi fatui nel loro struggente manifestarsi.

Archi, ottoni e poco altro (un vibrafono qui, un sassofono là…) sono arredamento per un'atmosfera raccolta, in cui ogni traccia diventa l'atto di un teatrino di posa, un romantico baluginare, un guizzare giullaresco tra lirismo friabile e vampe indolenzite (tra parentesi, stupisce trovare accreditato come producer il famigerato Andrew W.K.). C'è qualcosa di irriducibile in questo ardente e un po' disperato tentativo di rappresentare se stesso, come se ne andasse del proprio stesso esistere. Inevitabile uno spiccato gusto di autoreferenzialità. Ti chiede di entrare nel suo malinconico, decadente, capriccioso boudoir.

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