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Come ci spiegano le note di copertina, Sissoko appartiene ad un’illustre dinastia di griot: figura centrale nella cultura dell’africa subsahariana, un po’ saggio, un po’ cantastorie, un po’ memoria collettiva della comunità, come ai tempi in cui i ruoli di sacerdote, poeta, sciamano degli elementi e filosofo non erano così distinti.
Un’eredità ancestrale protrattasi però anche oltre i tempi del colonialismo e delle varie diaspore africane, grazie a un adattamento alle nuove circostanze che, specie in situazioni di emigrazione, continuano a vedere necessaria la presenza di qualcuno che interpreti e trasmetta la cultura di un popolo (e lo stesso Sissoko si è trasferito da tempo in Calabria). Nella pratica dei griot musica e aspetto scenico hanno sempre rivestito un ruolo centrale: non stupisce quindi vedere alcuni di essi avere successo nello spettacolo.
Baba porta avanti da anni una ricerca sull’amandran e sulla musica tradizionale del suo paese d’origine, in un’ottica di contaminazione che lo ha portato a suonare i suoi strumenti tradizionali (lo ‘ngoni, a corda, e i tamani, tamburi parlanti) con gruppi piuttosto lontani tra di loro (Art Ensemble of Chicago e Buena Vista Social Club per dirne due), o a metter su collaborazioni che portavano a mescolare il suo patrimonio musicale col jazz o col folk rock (vedi il progetto con Aka Moon e Black Machine, o quello con Il pozzo di san Patrizio).
Stavolta la scelta è diversa: si torna all’essenzialità originaria, drums and wires per davvero, a mostrare come l’amandran sia davvero l’origine del blues, sia per l’affinità tra lo ‘ngoni e la chitarra, sia per i call and response, sia per raccontare il quotidiano e gli umori profondi di una cultura (emblematica Afrika/Afro blues, ma anche le venature fusion di So/Fanzia).
Ma nell’arte come in biologia è la mescolanza che rende più forti: così i 4 membri del gruppo che lo accompagna provengono da zone diverse del centroafrica (Senegal, Costa d’Avorio, Camerun) più un cubano, e tra il groove del titolo, un’aria diffusa da canti tradizionali e frequenti assonanze afrobeat, la musica esce dall’ortodossia trovando uno dei momenti più alti nel funk di Ambita/Bakadaji o nei ricordi d’India col basso in evidenza di Yala (ma non solo, vedi Mama Don) mentre il manifesto Donnya oscilla tra swing e blues (e dal vivo prende una in perfetta naturalezza una piega reggae).
A questo punto della carriera Sissoko ha ormai la mano sicura per essere se stesso mentre rilegge la tradizione.
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