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Secondo disco di cover per gli Avion Travel che stavolta decidono di dedicarsi monograficamente al canzoniere di Paolo Conte. Alla tradizione italiana che il gruppo di Caserta esplora dal 1990 contaminandola con le suggestioni più disparate, il cantautore astigiano un po’ appartiene e un po’ l’ha formata: forse viene da qui – e non solo dalle orchestrazioni di Daniele De Gregorio, a lungo con lui, o dalla sua supervisione – la naturalezza con cui il gruppo fa proprie queste canzoni (la scrittura resta comunque ben visibile sotto le trame tessute da Servillo e c.) e le riconduce al proprio stile, netto quanto composito, poco toccato dai recenti cambiamenti di formazione. Già, perché rispetto al precedente Poco mossi gli altri bacini Tronco e D’Argenzio hanno messo su l’Orchestra di Piazza Vittorio e Spinetti è impegnato nel progetto Musica Nuda con Petra Magoni: qua e là appaiono ancora, ma per il basso è stato recuperato Vittorio Remino dai tempi di Bellosguardo.
La naturalezza è solo apparente: il disco ha richiesto due anni di lavoro, con momenti di incertezza superati anche grazie agli inviti di Conte a non trascurare quella napoletanità che egli stesso rivendica tra i suoi ascendenti (nel disco non manca Spassiunatamente, uno dei due brani in carriera scritti in quel dialetto). E alla fine i nostri non smentiscono l’eccellente tradizione di cover e superano anche la difficoltà di incrociare il loro mediterraneo ormai chitarristico col nord, centrato sul piano e rivolto all’America jazz, di Conte.
Tra una Max ridotta alla sola parte strumentale con Mesolella dalle parti di Duane Eddy, l’abbassamento popolar-contadino del mito nell’ inedita, teatrale La mela di Paride, il disvelamento della natura samba nel finale frenetico e solare di Sijmadicandhapajiee (qui il titolo è rimasto in piemontese, mentre la title-track è stata riscritta in napoletano), i picchi si toccano in un’efficace Aguaplano più spezzata dell’originale, le atmosfere-Cirano di Cosa sai di me, il rock elettronico di Elisir (che ospita anche Gianna Nannini in un suo tipico acuto) e la grazia splendida di Un vecchio errore. Certo, forse Spassiunatamente risultava più forte nell’arrangiamento scarno e spassiunato dell’originale, come Blue Haways nello sbraco sublime della versione autografa; ma sia la napoletanità un po’ esagerata della prima che la “ciranizzazione” della seconda non ne inficiano la classe, quella che ha permesso al gruppo di superare l’esame del confronto con un autore con cui era facilissimo scornarsi.
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