Recensioni

Quello che segue è un tentativo del tutto personale, e forse controcorrente, di tracciare delle coordinate per orientarsi e dare un senso all’ultimo album di un gruppo di culto, scritto da qualcuno che non rientra fra gli adepti del suddetto culto.
Non è mai facile parlare di musica elettronica, una musica spesso priva di testi e di riferimenti immediatamente riconducibili al ‘mondo là fuori’. Ancora meno facile è parlare di una musica elettronica così ostinatamente ripiegata su sé stessa come quella di Sean Booth e Rob Brown, meglio conosciuti da un trentennio circa come Autechre. Alfieri di quella IntelligentDanceMusic, etichetta tanto controversa quanto cogente nel loro caso, i due di Manchester sono tutto sommato degli outsider difficilmente riducibili alle coordinate di genere, stile, tendenza. Se non esiste ancora (credo) un sottogenere elettronico da loro derivato, non è fantascientifico immaginare che in futuro si possa parlare di Autechrism o qualcosa del genere per cercare di tenere insieme l’omerico “multiforme ingegno” degli Odissei mancuniani.
Se è vero che “parlare di musica è anche e soprattutto parlare dei discorsi sulla musica” (cit. il nostro Gabriele Marino nella chat su Facebook nella quale lui e il capo Bridda mi affidavano l’onere e l’onore di questa recensione), allora possiamo parlare degli Autechre come dell’elogio e della ricerca della complessità. Il non plus ultra del virtuosismo elettronico. Anche negli episodi discografici in cui la forma non si presenta apertamente complicata all’ascolto e alla digestione, c’è sempre una complessità palpabile a monte, la stessa complessità in nome della quale è stato sbandierato e difeso il verbo IDM (a dire il vero più da parte della stampa che degli artisti coinvolti) e quell’attitudine da progger elettronici che in casa Warp ha trovato il suo locus amoenus nella golden age dei 90s e dei noughties.
Cripticità del linguaggio a tre dimensioni: sonora, visiva, verbale. La musica degli Autechre, le loro copertine e i titoli stessi dei brani altro non sono che la storia infinita di una libidine del mistero, un’apologia dell’impenetrabilità del linguaggio e della sua irriducibilità a forme e contenuti noti (salvo forse la triade iniziale Incunabula – Amber – Tri Repetae). Il vecchio adagio della techno detroitiana dell’“it is what it is” risuona ancora più forte se applicato alla musica degli Autechre. La loro è musica che non rimanda ad altro se non alla pura forza espressiva dei suoni, modulati e scolpiti da Brown e Booth – soprattutto con il profluvio di uscite degli ultimi anni, con i monumentali quanto indigeribili Elseq 1-5 e NTS Sessions – in forme inimmaginabili ai più. Nella dicotomia, pur non mutualmente esclusiva, fra testa e corpo, gli Autechre giocoforza hanno mirato alla testa, anche nei loro momenti più ipercinetici e forsennati, quelli che arrivano a lambire la musica da clubbing o da rave.
Se la musica elettronica è l’avanguardia modernista degli ultimi decenni (dato di fatto che solo un boomerismo rockettaro si ostinerebbe a negare), i due inglesi allora sono i più moderni fra i moderni nel piegare il linguaggio musicale alle loro idiosincrasie, nel farne un feticcio per perverse esplorazioni soniche. È così che sono divenuti figure di culto, nel senso più religioso del termine, due autori la cui aura è più ingombrante della loro stessa – a dir poco mastodontica – produzione. Divinità incarnatesi e occultate dagli schermi dei computer, gli Autechre sono idolatrati, venerati e celebrati unanimemente. Meno ‘facili’ dei Boards of Canada, meno ‘superstar’ di Aphex Twin, sono il gruppo di culto fra i gruppi di culto, uno di quegli act di cui non si può parlar male pena il passare per uno che non ne comprende il messaggio, il verbo (per riprendere le metafore religiose e linguistiche). Cosa quanto mai paradossale, se riferita ad un duo che ha fatto, come si diceva, dell’impenetrabilità la propria cifra stilistica.
In questo 2020 ricco di sorprese, Sign aveva rappresentato se non un passo in avanti, sicuramente un balzo di lato al di fuori dei sentieri già battuti, e, pur senza essere un capolavoro, si è fatto apprezzare anche (e soprattutto) per l’averci dischiuso il lato più umano (si fa per dire) degli Autechre. Il fratello Plus invece torna sull’arteria principale, non aggiungendo niente di eclatante. Non si tratta di sbavature o errori, cosa pressoché impossibile da parte di due virtuosi e padroni assoluti della tecnica. Quanto di un autocitazionismo idiosincratico ed esasperato che su Plus risulta stantio nel migliore dei casi, e noioso nel peggiore. La quantità di carne sul fuoco è maggiore della sua qualità. DekDre Scap B apre e funge da transizione fra il tutto sommato equilibrato e accessibile Sign e la matassa che torna a farsi densa e imbrigliata nelle tracce che seguono. Eppure, la pulsazione continua di 7FM ic rimane piatta; il minimalismo (per gli standard degli Autechre) di marhide e ecol4 non incide; lux 106 mod e ii.pre esc, pur con i loro synth poderosi, non riescono ad attrarre totalmente a sé l’ascoltatore, nonostante la prima sia l’episodio meno cerebrale e più emotivo dell’album. Più accattivante è senz’altro esle 0, traccia beatless dalle atmosfere sci-fi. X4 appaga per la tensione e il senso di mistero creato dal sovrapporsi delle linee melodiche, oltre che per il crescendo ritmico. E in chiusura stupisce e rialza i toni la (quasi) cassa dritta di TM1 open, che appunto si apre alla volgarità – nell’accezione tutt’altro che dispregiativa di presa diretta e immediata sul corpo – dell’acid.
Ad ascolto terminato, trascorsa più di un’ora di immersione fra le sculture sonore di Rob Brown e Sean Booth, resta la sensazione di un album che non dispiace, ma che non lascia neanche il segno come era lecito aspettarsi. Pubblicato a meno di un mese da Sign, vien da chiedersi allora se ce ne fosse davvero il bisogno o se non si tratti a conti fatti di un trascurabile surPlus. Nel regno della musica elettronica, di certa musica elettronica, non ci sogneremmo di negare che gli Autechre vestano i panni del re. Ma, almeno per questa volta, nella genuflessione e nel visibilio della folla, vorremmo sollevare il dubbio: e se il re fosse nudo?
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