Recensioni

6.8

Il titolo è già tutto un programma, così come il digipack, dorato
da far male agli occhi. Potrebbe risultare pacchiano, ma anche
raffinato, rozzo, ma anche minimale. Il sesto album in studio del duo
di Minneapolis (che segue a distanza di tre anni il suo predecessore You Can’t Imagine How Much Fun We’re Having),
pubblicato con la propria etichetta (la Rhymesayers), parla
inequivocabilmente la lingua dell’hip hop, con tutti i suoi pregi e
difetti, niente di più e niente di meno. Non ci si aspetti innovazioni
radicali, qui l’attitudine è inequivocabilmente black (ma i due sono
pallidi come il latte), anche se se siamo ben lontani dal semplice
bass’n’rhymes “da combattimento”. Qui la ricerca musicale è raffinata e
la scelta degli strumentisti parla da sola: basso elettrico, synth,
tastiere, batteria “live”, chitarre, percussioni e pianoforte. Una
varietà di strumenti che da sola permette già un’ampia gamma di
soluzioni timbriche. Se a questo si aggiunge un eclettismo compositivo
capace di saltellare da un genere all’altro con disinvoltura, si riesce
ad avere un quadro chiaro di ciò che ci si potrebbe aspettare ad un
primo ascolto.

Sean “Slug” Daley e Anthony “Ant” Davis
si misurano, senza preconcetti, con musiche diverse, senza lasciare che
le influenze “esterne” possano in alcun modo scardinare la solida
struttura hip hop, tenuta in piedi da un rapping oldskool caldo e
melodico e dagli inconfondibili beats. Anche quando la musica viaggia
verso i territori del funk-rock di Guarantees o verso i paesaggi sonori dei Pink Floyd di Meddle (la bellissima Painting); o si immerge nelle liquide atmosfere dell’electro psichedelica (The Skinny; Shoulda Know), nella soul dance di Wild Wild Horses e in schizzetti di pianismo chopiniano messi in loop (Like The Rest Of Us),
non perde mai il suo groove caratteristico. Ma se la vocazione alla
contaminazione spregiudicata è caratteristica propria di tutto l’album,
non si può dire lo stesso della qualità dei risultati. La vena (troppo)
spiccata per i ritornelli, che forse ha contribuito a fargli
raggiungere il quinto posto delle chart di Billboard, non sempre riesce
a dare manforte ai validissimi arrangiamenti, costringendo idee fluide
nelle strette maglie della forma canzone. E se non fosse tutto oro
quello che luccica?

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