Recensioni

Reinterpretare se stessi. Ritingersi di un altro colore. Ripescare nel passato per infondere nuova vita. Qualcuno avrà da ridire e guarderà male questo tipo di “speculazioni”, ma quando si tratta di Roger Quigley prima di pronunciare qualsiasi giudizio è bene ascoltare.
Messa da parte l’esperienza con i Montgolfier Brothers, non abbandona però le tinte scure e intime che del gruppo avevano fatto la fortuna sul finire dei Novanta, e, prendendo a prestito alcuni brani usciti sul debutto 1969 Till God Knows When e qualcosa sparso nei ricordi, punta tutto sul suo carisma vocale, esattamente a metà tra il Morrissey più desolato (la poesia per seicorde di Falling From Trees, il chiaroscuro di Laziness And The Lack Of The Right Medication, il pop leggiadro di Wine Destroys The Memory) e il Sylvian più riservato (quel bozzetto di melanconica fragilità di Giggling Fits), con un trasporto quasi Archive periodo You All Look The Same To Me (In Bed With Your Best Friend).
Un album fatto di chitarra acustica e qualche sparuta percussione, quando non elettronica, intenso e veritiero proprio come il suo autore. Da ascoltare prevalentemente per se stessi.
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