Recensioni

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Alcuni dischi sono luoghi sconosciuti e metafisici. Non semplici suoni registrati che fanno nascere una certa emozione in chi ascolta, non espressioni artistiche più o meno riuscite, non feticci culturali che cristallizzano un’epoca o un momento storico, ma vere e proprie “zone del crepuscolo” – per citare un immaginario televisivo caro a quelli della mia generazione – che siamo chiamati a sperimentare spesso senza nemmeno esserne consapevoli.

Gli Ash Ra Tempel sono sempre stati tra i migliori architetti di queste sub-realtà esplorative da sostanza psicotropa, con un immaginario in bilico tra energico space rock e coraggiosa improvvisazione, allucinata psichedelia e allungamenti quasi ambient. Anche se a dire il vero, un po’ tutto il krautrock tedesco ha battuto con costanza similari lidi – pensate ai Can di Tago Mago o Future Days, ai Popol Vuh dei primi due album, ai Tangerine Dream di Alpha Centauri o magari agli Agitation Free di Malesch o ai Cosmic Jokers – ed è probabilmente per questo che a una cinquantina d’anni dal suo – certificato o meno – “concepimento”, stiamo ancora qui a parlare di un “genere” che è considerato una delle più seminali e influenti correnti musicali della storia della popular music mondiale. Eppure gli Ash Ra Tempel, mirabilmente condotti da Manuel Göttsching e Hartmut Henke, sono forse riusciti meglio di altri a concepire una visione della musica intesa come un ponte per arrivare “dall’altra parte”, inventandosi di fatto la loro personale realtà. Un sogno paradisiaco che è anche un incubo furibondo e violento, galvanizzato da un misto di terzomondismo in forma di percussioni e cullato dall’accento familiare del blues-rock, fatto deragliare da voci squilibrate e impastato di riverberi. Da un lato la morbidezza avvolgente dei sintetizzatori, dall’altro la fisicità sconvolgente di un sabba.

Julian Cope, uno che di “viaggi” certamente se ne intende, scriveva nel 1995 nel suo Krautrocksampler a proposito del secondo album degli Ash Ra Tempel: «“Alla larga da Schwingungen!”. Dovrebbero appiccicare un grosso adesivo con questa scritta su ogni copia del disco. Perché è un pericolo essere introdotti per caso a un’esperienza di quelle che cambiano la vita, come scoprii a caro prezzo quando ascoltai questo album per la prima volta». Cosa intendesse con quel “come scoprii a caro prezzo” non vogliamo neanche immaginarlo, ma a modo suo il buon Julian coglieva nel segno: maneggiate Schwingungen con cura. E non fatevi ingannare dalle battute iniziali di quel blues ammollato nell’LSD che è Light: Look At Your Sun (prima sezione di Light And Darkness): a tratti sembra di poter ipotizzare certe finezze dei Quicksilver Messenger Service, con quei suoni ovattati, ma il riverbero parla di una psichedelia allentata e scabrosa, e infatti a due minuti e trenta dall’inizio esplode un assolo acido come un alka-seltzer affogato nella Coca Cola e avvitato su una voce che sembra quella di Malcom Mooney dei Can, e invece è un feat. di John L.

E che dire della seconda parte (Darkness: Flowers Must Die) del lato A? Tutto inizia con uno scacciapensieri lontanissimo e riverberato che bisbiglia in una lingua sconosciuta, mentre ondate di oscillatori e synth intagliano il silenzio, tanto che alla fine non sai bene se ti trovi nello spazio o magari in una tomba dentro una piramide egizia (del resto il “Ra” della ragione sociale della band non indica forse il dio Sole?). È solo l’antipasto per il brano più ancestrale e tribale del disco, incastrato tra chitarre elettriche, tappeti interminabili di percussioni e batteria, scie chimiche di sax e una voce delirante in primo piano che si mescola agli effetti elettronici utilizzati per rendere il flusso musicale ancor più allucinato e distorto, manovrati presumibilmente in post-produzione da quel mezzo genio e mezzo filibustiere di Rolf-Ulrich Kaiser, qui chiamato a produrre. Un maelstrom vorticoso che tutto inghiotte e nulla risparmia.

Il lato B si apre – e si chiude, visto che parliamo di una traccia di diciannove minuti netti divisa idealmente in due movimenti – con la classica quiete dopo la tempesta e uno sgocciolare di sintetizzatori lasciati sfumare uno dopo l’altro, inframezzati da un girovagare del suono dal canale destro al sinistro e dal vibrafono di Wolfgang Müller impegnato a creare un tappeto di note rarefatte e oniriche. È materiale pinkfloydiano fino al midollo ma trasfigurato dalla lezione dei compositori contemporanei della prima metà del Novecento, ambient-psych forse più riconducibile all’esordio omonimo del gruppo, quando in formazione c’era un altro “esploratore” coi fiocchi come Klaus Schulze e in cabina di regia sedeva il grande Conny Plank. Nella parte finale arrivano voci malinconiche che se non sanno di Paradiso (che l’immagine sulla copertina del disco sia una citazione di Adamo ed Eva, tanto per rimanere in tema?), annunciano perlomeno un prototipo di Purgatorio fatto di riverberi di piatti di batteria, melmosi wah wah di chitarra, atmosfere epiche e suadenti che i Black Mountain confineranno tra i riff monolitici di In The Future e sbandate strumentali da cui i Flaming Lips pescheranno a piene mani.

In Schwingungen gli Ash Ra Tempel si spingono dunque molto più lontano di quanto non avessero fatto fino a quel momento, affilando le intuizioni del primo disco e trovando un equilibrio perfetto tra sogno e cerimonia infernale, tradizione rock e avanguardia. Sarà a loro che il guru dell’LSD Timothy Leary si rivolgerà per dare alle stampe un anno dopo (ovvero nel 1973) il benemerito Seven Up, altra pietra miliare che contribuirà a rendere ancor più leggendario il gruppo di Manuel Göttsching, Hartmut Henke e Wolfang Müller, facendolo entrare di diritto nella Storia.

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