Recensioni
Che senso ha oggi comporre musica sacra, quando già da decenni la musica esplicitamente tale di Igor Stravinskij viene eseguita più in teatri che nelle chiese? In un’era del post-moderno in cui lo spazio per la spiritualità sembra essere sempre più colmato di altri culti, altri miti, altri passa-tempi. Da almeno mezzo secolo, però, la musica dell’estone Arvo Pärt è lì a cercare di ricordare al mondo che quello del sacro è un ambito troppo ingombrante per essere semplicemente dimenticato. Motivo per cui la sua parabola musicale, che in un lasso di tempo così lungo ha avuto diverse fasi, si è progressivamente allontanata dal minimalismo degli anni Sessanta, si è fatto holy minimalism, per poi andare a ritroso nel tempo a cercare di recuperare la purezza del gregoriano, il canto omofonico della preghiera medievale, e cercare di conciliarlo con una dodecafonia modernizzata.
Con questo lamento di Adamo, costruito a partire da un testo teologico di Staretz Silouan, Pärt conduce in porto la migliore delle opere di questa nuova fase musicale iniziata una decina di anni fa. Il lungo brano per coro e orchestra è un tragico in una maniera dolce, completamente umana eppure ricco di una tensione verticale che ricorda il Bach dei mottetti o il Mozart dell’Ave Verum. Ci sono echi di tintinnabulum, la tecnica compositiva “matematica” e rabdomantica, che lo stesso compositore ha messo a punto, ma c’è una sintesi straordinaria di un viaggio musicale alla ricerca di un Dio che non conosce né tempo, né spazio. Si direbbe quasi un disco sincretico, che nel suo essere commissionato dalle capitali europee del 2010 (Tallin e Istanbul), sembra voler metter accordo tra canto latino, stile ortodosso e visioni interiori in un tempo lento aperto a meditazioni, ma anche a qualche strattone dell’animo (si veda il crescendo della seconda metà, con i violini che vanno in una direzione, mentre le voci maschili sembrano incapaci di staccare l’ombra da terra).
Ci sarebbero mille altre sfumature della musica di Pärt, che emergono anche dalle altre composizioni che completano il programma: Beatus Petronius per due cori e orchestra, una Salve Regina per coro, celesta e orchestra; Statuit ei Dominus per due cori, legni e archi; L’Abbé Agathon per soprano, baritono, coro femminile e orchestra; oltre a due ninne nanne estoni. La registrazione nella chiesa di Niguliste, con i suoi echi naturali, non fa che accentuare il fascino degli improvvisi vuoti del Lamento, sottolineando l’universalità di queste note.
Amazon
