Recensioni

Lo splendido mini-anfiteatro “Horszowski” di Monforte d’Alba, nel cuore delle Langhe, battuto da un vento assai più fresco di quello che si voleva sperare e minacciato dalla pioggia, benissimo amplificato e illuminato (e in coda baciato dalla luna), è la cornice perfetta per il concerto di Arto Lindsay, il 12 luglio, nell’ambito del MonfortinJazz Festival (inaugurato il 10 dai Gov’t Mule; il 22 vi suoneranno i Calexico).
Arto, sessantun anni compiuti a maggio, un nome bifronte che ne sintetizza l’anima doppia, è una leggenda vivente; a uso e consumo di chi capitasse su queste pagine e per caso o non ne conoscesse i trascorsi, diremo che è stato i DNA, i Lounge Lizards, i Golden Palominos, gli Ambitious Lovers, uno degli uomini chiave della New York avant, arty e radicale tra fine anni Settanta e inizio Ottanta, quella dei loft scalcinati in cui improvvisavano figure stilizzate come John Zorn e sodali, quella fotografata da dischi seminali come la No New York di Brian Eno, quella di incubatori come la Knitting Factory.
// <![CDATA[ (function(d, s, id) { var js, fjs = d.getElementsByTagName(s)[0]; if (d.getElementById(id)) return; js = d.createElement(s); js.id = id; js.src = "//connect.facebook.net/en_GB/all.js#xfbml=1"; fjs.parentNode.insertBefore(js, fjs); }(document, 'script', 'facebook-jssdk')); // ]]>
Dopo essere stato tutto questo, guastatore per antonomasia della chitarra con i suoi suoni skronky e uno stile da Darek Bailey psicotico, Arto è stato Arto, ha collaborato, ha prodotto dischi altrui, ma soprattutto ha avviato una carriera solista all’insegna dell’amore per il patrimonio musicale metabolizzato negli anni dell’adolescenza trascorsi in Brasile, ovvero bossa nova e tropicália, con cover e brani autografi affrontati con la sensibilità del cantautore e una voce – una sorpresa – morbida, asciutta, tongue-in-cheek, dividendosi tra inglese e portoghese, dosando dolcezze e strapazzamenti. Il risultato, condensato in dischi come Mundo Civilizado (1996), Noon Chill (1997) e Invoke (2002), è un art pop screziato di suggestioni etniche o un trip-hop cantautorale, al centro della bella retrospettiva Encyclopedia Of Arto, appena pubblicata (e in occasione della quale SA lo ha pizzicato), e del concerto (parte di un mini-tour italiano di cinque date, l’ultima il 18 luglio a Roma).
La band che accompagna Arto, oliatissima e virata funky, è composta da due giovanissimi alle tastiere e alla batteria, da un musicista più maturo alle percussioni e da Melvin Gibbs – altro uomo chiave della scena neyworkese, già collaboratore di Arto – al basso (pare assurdo ma non siamo riusciti a trovare informazioni sugli altri musicisti e del resto i loro nomi sono stati poco più che smozzicati dal bandleader durante il concerto). Arto suona con gioia e trasporto, gioca coi suoi, canta i pezzi – splendidamente, lo scopriamo davvero grande interprete e cantante – assieme al percussionista (non microfonato), improvvisa e dirige l’improvvisazione, combatte con il vento che spariglia gli spartiti – suoi e di Ribot – e avvolge la pedaliera con il sacco anti-umido che vi era stato posto sotto. Il concerto è una festa di fragrante positività anche nei momenti più intimisti, la sua è ora una musica sofisticata capace di piacere veramente a tutti, se anche gli intermezzi rumoristici sono posseduti da una musicalità esplicita e contagiosa, tutta questione di contrasti, alternanze, di bilanciamento di vuoti e pieni, percussionismi e spennellate melodiche.
// <![CDATA[ (function(d, s, id) { var js, fjs = d.getElementsByTagName(s)[0]; if (d.getElementById(id)) return; js = d.createElement(s); js.id = id; js.src = "//connect.facebook.net/en_GB/all.js#xfbml=1"; fjs.parentNode.insertBefore(js, fjs); }(document, 'script', 'facebook-jssdk')); // ]]>
A metà concerto, entra l’ospite d’onore Marc Ribot; altra leggenda vivente, altro simbolo di quella New York, uomo chiave del suono – tra i tantissimi cui ha prestato la propria chitarra – di Tom Waits (basti sentire l’attacco di Jockey Full of Bourbon) e Zorn (particolarmente di quello “Music Romance”), che con Arto ha inevitabilmente incrociato la strada – per “convenienza geografica” e affinità elettive – una infinità di volte, almeno fin da quando lo sostituì nei Lounge Lizards, anno di grazia 1984. I due cominciano con una improvvisazione in solitaria rumoristica e potente, ma – anche qui – prepotentemente musicale, non destruens, che piano piano prende forma, costruisce, ed esplode in canzone: lo standard Let’s Get Lost. Si aggrega la band tutta e si continua. Nessuno si risparmia, il tutto pare tutto tranne che routine, Arto fa una specie di duck walk, Ribot si lancia in un solo blues infinito e cazzutissimo (che gli fa perdonare qualche incartamento immediatamente precedente). Fino al finale hendrixiano di una Erotic City (di Prince) supersexy e da bocca aperta, signature cover di Arto fin da Mundo Civilizado, classico caso di cover che trasfigura l’originale e di versione dal vivo che trasfigura quella in studio. Il pubblico li ritirerà dentro a suon di applausi per ben due volte.
// <![CDATA[ (function(d, s, id) { var js, fjs = d.getElementsByTagName(s)[0]; if (d.getElementById(id)) return; js = d.createElement(s); js.id = id; js.src = "//connect.facebook.net/en_GB/all.js#xfbml=1"; fjs.parentNode.insertBefore(js, fjs); }(document, 'script', 'facebook-jssdk')); // ]]>
Amazon
