Recensioni

I seventies italiani: un crogiolo di contraddizioni e tentativi di rivoluzionare una società su modello delle contestazioni ester(n)e, tutte poi comunque confluite in risultati ben al di sotto delle aspirazioni di chi, in un modo o l’altro, rischiò la propria pelle. La musica degli Arti e Mestieri potrebbe figurare nell’ipotetica colonna sonora di un documentario sugli “Anni di piombo”, accanto ovviamente a quella dei colleghi di etichetta Area, coi quali il gruppo torinese guidato da Beppe Crovella condivise ideologie e, parzialmente, ambizioni musicali.
Quinto Stato è il frutto di quattro anni di pensamenti e live importanti (su tutti, la partecipazione al mega evento milanese a Parco Lambro, nel 1976), in un periodo in cui il progressive mostrava i primi segni di decadenza e in molti già speravano in un asciugamento della formula. Fermo restando che la perfezione formale (nella struttura, nell’arrangiamento e nell’esecuzione) di uno strumentale come Torino nella mente merita da sola l’acquisto dell’album, va evidenziato un neo di non poco conto: i testi, a opera della band in toto. L’esecrabile prurito di dire qualcosa a tutti i costi (e magari qualcosa d’importante) si conferma l’inciampo di buona parte dei cantautori di ogni dove. L’affare è più evidente in ambito prog, proprio perché il genere impose un’unitarietà tematica che si credeva dovesse passare anche attraverso i testi, legando questi ultimi a sdrucite storielle testardamente “concept” o, come in questo caso, facendone Manifesto di un’Italia “contro”.
Parlare oggi di un “(…)amico intellettuale politicizzato extrasensoriale che mi racconta una favola sociale” (la title track) farebbe di qualunque paroliere il modello di una retorica insostenibile, roba da “seguirà dibattito”, per intenderci. Al tempo ciò era invece consentito se non, in ambienti culturali vicini alla sinistra più mordace, incoraggiato. Si dica senza indugi: tallone d’Achille dei Nostri sul versante canzonettistico è appunto l’imbarazzante desiderio di dire la propria, anche quando questo suona risibile (riferendosi a una generica classe politica, in Arterio, se ne descrivono le “panze traboccanti e gli sguardi deficienti”) o alla meglio, accessorio.
Resta la musica. Un’evoluzione dall’ottimo esordio con Tilt e dal seguente Giro di valzer per domani, merce di cui la Cramps può essere ben orgogliosa. Doveroso sottolineare le scelte e le dinamiche di Furio Chirico alla batteria, il timbro color fuoco della chitarra elettrica di Gigi Venegoni, il sostegno jazzistico di Marco Gallesi al basso fretless. Si chiude in eleganza con Sui tetti, dimostrazione che Arti e Mestieri fu realtà da far competere coi master del jazz-rock d’oltreoceano.
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