Recensioni

6.9

Si era nel pieno degli anni Zero sulla sponda del torrente indie ad aspettare qualcosa che settimana dopo settimana puntuale arrivava. Un rifiorire di sensibilità e versatilità, un ridefinire gli ambiti dell’espressione mentre i tempi volgevano alla confusione cupa con venature apocalittiche. In questo quadro fece la sua comparsa Artemoltobuffa, progetto di neo cantautorato sensibile e inevitabilmente indie di Alberto Muffato, due album tra il 2004 e il 2007 (Stanotte Stamattina e L’Aria Misteriosa) che solleticarono attenzioni grazie ad un’agilità schiva, la forza della timidezza arguta che sa nuotare di traverso tenendo la testa fuori dalla mediocrità, combinando parole e melodia in una trama di suoni e “suonini” che decollano dalla cameretta con la sicumera aggraziata dell’introverso che ha ben decifrato il codice delle frequenze radio.

A tutte queste belle cose però è seguito un silenzio che a dire il vero sembrava abbastanza consequenziale e definitivo. Tipo che si fosse sgonfiata quell’onda epocale lasciando a secco in parecchi, tra i quali il buon Muffato. Invece no. Dopo l’eternità di un settennato conduce in porto il fatidico terzo album, spalleggiato tra gli altri dal fido Massimiliano Bredariol (Valentina Dorme) e coadiuvato alla produzione da Fabio De Min (Non Voglio Che Clara). L’approccio è quello che ricordavamo, tra l’arguzia serafica e allusiva di Samuele Bersani e l’estro radiante e sornione di un Badly Drawn Boy, come mette subito in chiaro la opening Il bello delle onde tutta acidula luminosità. C’è inoltre quel senso di strisciante nostalgia per un l’altro ieri già sfuggito tra le dita, gioco di palpitazioni tenui che raccoglie le residue particelle Elliott Smith col retino di un Cristicchi (I testoni), oppure impasta con nonchalance Perturbazione e Grandaddy (Las Vegas nel bosco Pt. 1).

La scaletta è un carosello agrodolce di inquietudini a media intensità che raggiunge pienezza di senso in virtù della coerenza delle parti. Intendo quel rimpallo di tastiere sfrangiate, tremolio di chitarre, trapassi acustici verso il sintetico con febbricole elettriche, uno stare tra le cose insomma senza clamore, senza virtuosisimi, cucendosi addosso una normalità appena sfasata che sa cogliere l’uggia esistenziale del quotidiano (Fino a lunedì, I terrapieni), priva di intellettualismi e solo in rari casi preda del didascalico (Tenere assieme). In questo quadro non sorprende troppo l’inclusione in scaletta de Il crepuscolo, rilettura in italiano di Grace Cathedral Park dei Red House Painters, forse i più laconici tra i cantori dello spaesamento generazionale post-80s. Anche in quel caso, la semplicità di modi e forme non implicava affatto banalità espressiva. Tutt’altro.

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