Recensioni

Con Brilliant!Tragic! gli Art Brut del 2011 miravano a «vincere le mode rimanendo se stessi» (così Bridda su SA) missando perfettamente l’attitudine da eccentrici sopravvissuti del punk a un identitario nerdismo fumettistico. L’impegno profuso da Argos nel trasformarsi in una voce degna di tale appellativo non rese giustizia a un lavoro che ancora non riusciva a scrollarsi di dosso una cifra che, sebbene ormai riconoscibile e istituzionalizzata, li relegava ancora a «band hired from the back pages of theNME» (Pitchfork). Mancava ancora qualcosa, il passo decisivo per oltrepassare l’impulsiva spontaneità da underdog dell’art brut e trasformarla in opera evoluta, contestualizzata e matura. Facile a parole, molto più complicato nei fatti. Basti pensare a band coeve come Strokes, The Rakes, Franz Ferdinand e Maximo Park e alla continua sfida (spesso persa) per uscire indenni e rinnovati dal decennio del revival.
A sette anni di distanza cosa aspettarsi dunque da Argos e soci? A vedere il nome dell’album Wham! Bang! Pow! Let’s Rock Out! con i punti esclamativi che da due passano a quattro, nulla di quanto detto sopra ma – con buona probabilità – una band che decide di non abbandonare la vena da party animals saggiata in precedenza. Non è quindi un caso che lo stesso Argos parli così del videoclip della title track: «I’ve often wondered what Art Brut’s spirit animal would be. After watching this video, now I know. It is all of them. All of the animals. Art Brut’s spirit animal is every animal on the planet all freaking out at once. We are untameable wildlife». Menzionando un concetto fondamentale come l’anima della band (il testo dichiara che «There’s a fire in my soul, I can’t put it out»), il leader sgombra il campo da qualsiasi cambio radicale di rotta sottolineando con sempre maggiore forza l’identità di una formazione che, a modo suo, è diventata un cult. Il passaggio di consegne al basso tra Jasper Future e Toby McFarlane e alla batteria tra Charlie Layton e Mikey Breyer segna però una cesura in questo caso a livello di sound. La band sembra voler dichiarare: siamo mutati e siamo evoluti ma non vogliamo cambiare mai anima, questo è il nostro punto di forza. Riportato all’interno delle tracce questa astrazione si traduce in termini di maggiore sicurezza frutto di esperienza, si pensi al testo di Hospital («Hospital’s not the place to be, is what I’ve been learning. Strip the beds and burn the sheets, I’m not returning») o a quello di Veronica Falls («It’s a song about not cheatin’ on your girlfriend when you wish that you had»).
C’è stavolta qualcosa di più delle infuocate e dritte sezioni ritmiche, dello scanzonato karaokismo fine a se stesso, della cieca autoreferenzialità e della festa infinita. È un assordante rispetto che, sebbene da solo non basti a rendere un album valido, contribuisce a dare le giuste coordinate entro le quali osservare gli Art brut nel 2018. La band inglese torna dopo anni quasi rinvigorita dalla lunga assenza. La veste è la stessa ma il divertimento, che stavolta non fa rima con divertissement, è al servizio di una narrazione che rende Wham! Bang! Pow! Let’s rock out! un album seppur non memorabile, meno sfilacciato e più intelligente dei precedenti episodi.
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