Recensioni

Basta. Direi che ora è il momento (in realtà lo era già qualche anno fa) di puntare i riflettori su Armani Doc, rapper milanese (Segrate) classe ’95 che, a suon di dischi, si sta costruendo un’impalcatura discografica mica da poco. Il suo Milano Docet, con un Bassi Maestro ancora una volta dietro la console (dopo aver curato per intero Madreperla di Guè e Panopticon dell’emergente Caleydo), è emblematico perché, più degli album passati di Doc (i vari Gifted, Iddu 1 e 2, Alta Moda ecc…), punta ad allargare e riassumere lo spettro: a navigare tra le diverse fascinazioni stilistiche e liriche del giovane milanese che, ormai da tempo, non è più un emergente ma un pilastro piuttosto inscalfibile del trascuratissimo underground della doppia H.
E di un tipo piuttosto specifico di underground parliamo: quello del “luxury rap” versione pizza, pasta e mandolino costruito da MRGA (Make Rap Great Again), collettivo ispirato, e molto simile, a Griselda per le modalità con cui opera, fondato da Gionni Gioielli, crocevia di giovani talenti (Toni Zeno, Rollz Rois, EliaPhoks, Brattini…) e accogliente dimora per purismo anti-classifica, fascino della strada e, soprattutto, per quell’Alchemist sound (essenziale, spesso drumless, legato a sample e “crate digging”, flow scarni e narrazione opulenta) che, a qualche migliaio di chilometri di distanza, stava conquistando una buona fetta della nuova narrazione di ghetti e dintorni: la controparte raffinata, minimalista e “old head” di trap e drill più stradaiole. Scompaiono 808, clang e autotune, a favore di sample jazz, tappeti drumless, citazioni che accostano Scarface a politica, moda e cinema italiano, criminalità a lusso, cemento a cene di pesce, Luchino Visconti e Zeudi Araya a Peggy Gou, fino ad arrivare a Matteo Salvini e Paolo Montero.
È da queste basi che Armani Doc (Michele Donati) può pian piano raccontare alla sua gente il suo mondo di prediche, scalate sociali, difficoltà, paturnie e ostentazioni, spesso e volentieri attraverso schizzi di un flusso di coscienza volutamente dispersivo, come un diario impulsivo che rivela ogni considerazione senza troppa disciplina o focus. Questo Milano Docet, che arriva a pochi mesi da Iddu 2 (che arriva a pochi mesi da Wop, che arriva a pochi mesi da Iddu… insomma, abbiamo capito il ritmo), abbandona il sodalizio con il solito onnipresente Garelli per costruire una mezz’ora che è un po’ amore/odio per una città gelida ma stranamente accogliente, un po’ percorso di formazione per un artista giovane e talentuoso ma in scontro continuo con subdole logiche di mercato, un po’ esercizio di stile che sa molto di contest freestyle e che, quando fatto bene, riporta l’hip hop a quella dimensione di fangoso e salvifico rito collettivo.
È un sunto di ambizioni che, cucito ad hoc da un Bassi più demiurgo che beatmaker, fa sorridere, ridere, riflettere e stupire, ma di sicuro non annoia mai, nonostante una struttura sonora che non inventa nulla di nuovo e si limita a fare talmente bene ciò che già esiste che, in questo contesto, va più che bene così. Prendiamo il sample completamente alchemistiano di C’è un solo Giorgio: jazzy, sinuoso, magnetico come pochi, è un tessuto che valorizza troppo efficacemente il flow in piena calma di Armani per non colpire (“Ci sono tanti Scarface, ma un solo mondo / ci sono tante ragazze, ma una che ami, frate / ci sono tanti stilisti, c’è un solo Giorgio / ci sono tanti rapper bravi, c’è un solo Armani, frate”). Una mic session da cocktail in spiaggia che, completamente a suo agio, si affianca a sbalzi di umore e dimostra quanto Armani sappia giocare sia il ruolo dell’affilato liricista hardcore, con un guizzo in più degli altri.
1995, con il talentuosissimo siciliano Toni Zeno, arrugginisce le batterie e si cosparge di cemento per raccontare la difettosa Italia dell’era berlusconiana; Bangla Stories, con due ospiti illustre come Jack The Smoker e l’inglese Sonnyjim, è forse il pezzo dalle atmosfere più allucinate, complice un beat che, senza troppe variazioni, potrebbe adagiarsi bene su un Mac Miller dei primi tempi per il suo andamento narcotico e incerto; Vittoria, che prende in prestito la voce di Guru per qualche scratch di decorazione, è uno storytelling fortemente anni ’90, tanto per il beat intriso di soul quanto per l’ingenua arroganza con cui un Doc simpaticamente spocchioso racconta un’esperienza amorosa (il solito “ragazzo di strada incontra ragazza chic”).
A prendersi la copertina, però, sono altri brani. Milano Odia, singolo anticipatore, lavora su una melodia iper-scarna e batterie poco arroganti per un’esaltazione del rap divertito, citazionista e gergale di Armani. L’outro, infine, Sogni diventano incubi, è tanto saggiamente predicatoria quanto visceralmente personale nella sua lezione su ambizioni, lavoro e autoconsapevolezza nella vita di tutti i giorni.
Così, tra etichetta propria (la thinkfast records), una sfilza di dischi compatti e puntuali e una voce sempre più versatile e riconoscibile, un joint album con Bassi Maestro rappresenta solo la punta dell’iceberg di una discografia giovane, promettente, prolifica e, soprattutto, indipendente. Un underground che è destinato a rimanere tale se continuiamo a regalare giganteschi mazzi di fiori alle porte dei soliti tre altarini iper-pompati dalle major. Continuiamo così…
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