Recensioni

6.3

Gli Ardecore hanno sempre goduto e al tempo stesso sofferto dell’impatto che ebbe sulla scena italiana indipendente un disco come Ardecore. L’album d’esordio della formazione, uscito nel 2005, riprendeva la tradizione di alcuni brani storici della canzone romana più antica, fondendola a velleità sperimentali (soprattutto legate al post-rock e al jazz) e ottenendo una somma musicale vibrante e naturalmente portata alla catarsi. Quel disco rappresentò, per il gruppo, un bel biglietto da visita, ma anche la classica segnalazione su una fedina penale artistica che da allora ha sempre riportato la band, volente o nolente, nei paraggi di quell’immaginario da vecchia Roma. Tant’è che mentre il successivo Chimera – che definiva nuovi dettagli dello stesso immaginario proponendo brani originali e variazioni sul tema (pur replicando in buona parte l’humus sonoro del primo disco) – raccoglieva consensi e premi (Targa Tenco nel 2007 per la migliore opera prima), il terzo album San Cadoco – a nostro avviso assai più coraggioso, dal punto di vista della scrittura, e, almeno in parte, lontano dall’estetica degli stornelli e del folk-jazz contaminato – veniva accolto, in qualche caso, con una certa freddezza.

Il nuovo disco Vecchia Roma è in tutto e per tutto un ritorno agli esordi. E’ un album per certi versi “conservatore”, seppur ben suonato, incline a dare maggiore rilevanza all’anima dei sette brani pescati quasi totalmente dalla tradizione romanesca pre-guerra piuttosto che a quella tensione stilistica ambivalente che gli Ardecore hanno dimostrato di saper maneggiare così bene. Sia chiaro, le nuove versioni dei traditional scelti sono godibili (citiamo Signora Fortuna, Vecchia Roma e Serenata a Maria tra le cose migliori) e rientrano generalmente nello stile del gruppo; eppure l’impressione è che, nonostante le buone intenzioni, al materiale manchi quel guizzo di personalità capace di allontanarlo dal buon esercizio di stile.

E’ quasi come se la band (al momento composta da Giampaolo Felici, Geoff Farina, Giulio Caneponi, Riccardo Del Monaco, Sara Dietrich), con Vecchia Roma, avesse voluto più confermare uno status acquisito in una scena “romanesca” sempre più corposa – citiamo, ad esempio, realtà come Il muro del canto – piuttosto che testimoniare la nuova tappa evolutiva di un percorso. Scelta comprensibile, ma che forse non giova a quella “fedina penale artistica” di cui si diceva poche righe più su.

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