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7.5

A sette anni dall’ultimo album in studio, Vecchia Roma del 2015, gli Ardecore tornano sulle scene con un lavoro interamente incentrato sull’opera letteraria di Giuseppe Gioachino Belli, il più importante scrittore e poeta della letteratura romana, noto per i sonetti sferzanti e pungenti. Un album che grazie alla capacità di fondere intelligenza poetica e ricerca musicale si sostanzia come un momento fondamentale della carriera di Giampaolo Felici e soci. Belli tratteggiò la società ottocentesca bloccata e sopraffatta dal malgoverno e da una politica ierocratica, dai vizi del clero e della nobiltà corrotti e prepotenti; dava voce alla plebe, come lui stesso chiamava il popolo, con un linguaggio salace, disincantato come l’indole romanesca e quanto mai acuminato. E gli Ardecore in 996 Le Canzoni di G.G. Belli (Vol. 1) sanno come scegliere dal vastissimo corpus letterario (2.279 sonetti per circa 32.000 versi) per imbastire un discorso quanto mai vivo.

Un disco riuscito non solo, ovviamente, per le parole, ma anche per l’apporto fondamentale della musica e degli arrangiamenti, che confermano la band romana come la seminale fautrice del recupero e rivisitazione della tradizione popolare romanesca in chiave riattualizzante: una capacità di utilizzare la tradizione con profondo rispetto ma per andare oltre di essa e farla brillare di nuova vitalità. Merito dell’interpretazione ispirata di Felici, ma anche del supporto imprescindibile di tre dei membri fondatori del progetto, Jacopo Battaglia (ZuBloody Beetroots), Massimo Pupillo (Zu) e Geoff Farina (Karate), come anche di quelli di Giulio Favero (Teatro Degli Orrori), Ludovica Valori (Nuove Tribù Zulu), Gianluca Ferrante (Kore) e Marco Di Gasbarro (Squartet).

Una nomenclatura da tenere a mente quando si passano in rassegna la marcia funerea di Campo Vaccino, la cavalcata folk punk dalle tinte gitane di Er Zagrifizzio d’Abbramo o la taranta arricchita da riflessi celtici e svisate rock di Er cimiterio de la Morte (quest’ultima con i feat. di Davide ToffoloAdriano Viterbini). Una formazione che sa come toccare l’anima con il tiro tex-mex di La strega e ancora di più con il drammatismo di Er Decoro, canzone che richiama lo struggimento di brani quali Come te posso amà o Fiore de gioventù. Una traccia folk a combustione lenta e ben puntellata dai fraseggi elettrici della sei corde a stigmatizzare quella moralità di facciata come solo il Belli sapeva dipingere con tanta arguzia («Duncue sta verità tiettela a mmente che cquaggiù, Checca mia, se pò ffà ttutto, bbasta de nun dà cànnolo a la ggente»).

Poverella e Er negoziante fallito fanno emerge il lato desertico del suono, la prima a far collimare la romanità con il mix di slowcore e canto a tenore di origine sarda, la seconda a tingersi di algida sospensione veicolata da leggeri droning sintetici. Non manca il folk scapestrato dalle tinte à la Vinicio Capossela di L’aribbartato e nemmeno il fatalismo funebre di Campa e llassa campà. E poi ci sono gli esempi emblematici che danno senso all’ossimoro di tradizione moderna: gli spizzichi di stoner popolarizzato di Uno mejo dell’antro, l’eccezionale afflato melodico del toccante inno anti-pena di morte di Er confortatore, il perfetto mid tempo folk rock esaltato da brillanti note di pianoforte di Er codisce novo, una canzone che già all’epoca non le mandava a dire a quegli azzeccagarbugli dei legislatori; o ancora il senso di umanità che anima la ragnatela di chitarre folk noise e voce di La carità (altro pezzo da 90).

Un disco importante e rifinito da un azzeccatissimo trittico finale che sa come domare la tensione senza rinunciare alla cerebralità: dal pop(-olare) che incorpora le intuizioni sperimentali del Franco Battiato dei primissimi anni ’70 (La creazzione der monno) al cantautorato colto rianimato dai campionamenti elettronici che narra di corruzione (La fin der monno), fino all’obliqua celestialità di Er giorno der giudizzio, dove l’illuminante semplicità delle armonie di fisarmonica e synth a sostenere la voce di Felici colpisce al cuore.

Gli Ardecore ci mostrano come la forza protetica del Belli sia ancora spendibile per criticare le storture contemporanee. E in un’epoca devastata da una profonda povertà etica germogliata all’ombra dall’eterna crisi – resa oggi ancora più demoralizzante da pandemie e guerre – è un modo perfetto per cercare di risvegliare lo spirito e contrastarne la resa.

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