Recensioni

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Siamo appena entrati nel secondo quarto di XXI secolo e se pensavate che il pop-rock avesse detto tutto, probabilmente sbagliavate. Magari non usciranno più album epocali ma forse è ancora troppo presto per suonare le campane a morto. Lo conferma il dodicesimo lavoro in studio degli Archive, che avrà pure i suoi (pochi) difetti ma si fa perdonare per i suoi tanti pregi. Un lavoro di ricerca, stratificato, poco adatto alla fruizione mordi-e-fuggi a cui invita l’imperante spotifizzazione ma da entrarci dentro un po’ alla volta, lasciandolo sedimentare.

In Glass Minds c’è tantissima carne al fuoco, forse paradossalmente anche troppa. Un’ora e diciassette minuti di evoluzioni sonore per un disco prodotto insieme al collaboratore storico Jerome Devoise e registrato tra Brighton e Londra, copertina dell’artista Alaric Hammond. Il tutto amalgamato impeccabilmente alla luce dell’impressionante sapere musicale maturato dal collettivo britannico nell’arco di tre decenni di carriera discografica.

Come accennato, la nuova fatica dei londinesi, che giunge a quattro anni di distanza dal monumentale Call To Arms & Angels, non manca di evidenziare, nella sua complessità, qualche pecca. Una potrebbe essere l’eccessiva durata: tutti i pezzi superano i cinque minuti, qualcuno addirittura gli otto, per un totale di dodici brani. Diciamo da questo punto di vista un disco in stile anni ’90. Una sforbiciata non tanto nel numero delle tracce (anche se ve ne sono due o tre non imprescindibili) quanto alla lunghezza di alcuni passaggi eccessivamente dilatati, forse avrebbe giovato. Ovviamente tanta ridondanza è allo stesso tempo causa ed effetto della presenza di una grande varietà di stili, riferimenti e generi, oltre che di idee, mischiati insieme sotto le insegne di un neoprogressive goticheggiante, senza inventare nulla di nuovo ma risultando comunque originali e interessanti.

Bastano pochi secondi dell’opening Broken Bits per finire in un mondo oltre il mondo. Il brano parte minaccioso e procede, a base di elettronica cupa e minimale, nella sua marcia inquietante e inesorabile a metà tra Vangelis, i Pink Floyd e una colonna sonora di John Carpenter, infarcita da sinistri stridii e urla lancinanti in lontananza ad acuire il senso di disumanizzazione. Post-apocalittica è pure la title-track, che evoca anch’essa oscurità e claustrofobia con la sua ritmica ossessiva costruita su cassa e basso contrappuntati da sinistri rintocchi di piano, un crescendo orchestrale e un testo cantato a mo’ di agghiacciante cantilena da Lisa Mottram, vocalist dotata di un timbro che ben si sposa con le sonorità brumose e rarefatte del gruppo. Patterns richiama invece certe ballate notturne dei Nine Inch Nails, rivangando anche il trip-hop degli esordi di Darius Keeler e soci.

Ma non è tutto così fosco e criptico. Come mood generale non si respirano le atmosfere soffocanti e post(o pre)-atomiche del precedente lavoro, emergendo qui un maggior senso di positività, specialmente nella seconda parte del disco. Più orecchiabili sono Look At Us, che su una ritmica sostenuta plana sulle ali di un riff di chitarra a presa rapida, collettiva e indipendente come certe cose dei Broken Social Scene, e When You’re This Down, che all’inizio potrebbe sembrare un brano dei TV On The Radio ma sul finale esplode in un crescendo post-rock epico come certe fughe dei Godspeed You! Black Emperor. La placida e ieratica So Far From Losing You, invece, fa storia a sé ed è forse, insieme alla parimenti evocativa Shine Out Power, l’episodio migliore del lotto.

Ma come detto non è tutto perfetto. Wake Up Strange è anch’essa melodica ma non mantiene le promesse e il titolo descrive bene cosa rischia di accaderti se te la fanno ascoltare nel sonno; anche in City Walls accade sostanzialmente poco; e trascurabile suona pure Heads Are Gonna Roll, cantata dal rapper Jimmy Collins. Appena meglio l’episodio conclusivo, Where I Am, che manda tutto in archivio senza fare danni.

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